Il taglio

Gustave Caillebotte, 1877.

L’opera di cui allego riproduzione in questo articolo è considerata un dipinto “fotografico” per antonomasia.

Per quale motivo?

Perché cattura una scena alla maniera in cui sono soliti farlo gli esponenti della così appellata “street photography”.

Vi è movimento, viene congelato.

L’energia cinetica si distribuisce tra passanti e carrozze, ciascuna unità od insieme caratterizzati da ruoli e pesi distribuiti sui numerosi piani prospettici dell’inquadratura.

Vi è altresì un aspetto peculiare su cui intendo soffermarmi: dell’uomo sulla destra è elisa una parte del corpo.

Anche un lampione risulta “tagliato”, non dissimilmente da ulteriori porzioni umane sullo sfondo ad opera di due ombrelli.

Beninteso: è prassi relativamente comune in pittura.

Ma ciò evidenzia una questione che giace al di là della singola opera, e non è certo secondaria.

Noi fotografi talvolta siamo costretti a “tagliare” anche quando non vorremmo.

Intendiamoci: è il nostro mestiere farlo e la prassi è costituzionalmente benedetta: è così che scegliamo.

Purtuttavia, in una fotografia improvvisata non sempre tutti gli elementi sono disposti come vorremmo e qualcuno d’essi avremmo preferito non ci fosse.

In questi casi decisione congruente può essere di non scattare, oppure cestinare.

Oppure ancora, mantenere con qualche perplessità.

È il caso della fotografia a corredo di questo brano (pixel sul viso umano per la privacy, non mi consta la norma essersi estesa ai gatti…).

Come nel dipinto, presso il margine destro dell’inquadratura sussiste una figura umana non interamente compresa.

Noi fotografi dobbiamo misurarci con un reale che in parte sfugge al nostro controllo.

Il pittore, invece, può tutto.

Reca l’onore/onere di realizzare qualsivoglia parto della sua immaginazione.

Perché allora Gustave Caillebotte ha deciso di mostrarci una visione “mutilata”?

Non è più tra noi onde svelarcelo.

Ma, come detto, è lungi dall’essere il solo nel panorama pittorico complessivo.

Un motivo potrebbe essere la fedeltà di riproduzione: ritrarre esattamente quel che si vede, e considerare quale parametro di riferimento l’angolo di campo coincidente con la visione umana.

Oppure assegnare ruolo subordinato traverso la stessa omissione.

Ed insomma: sia fotografo che pittore sono testimoni.

L’uno è tecnicamente obbligato ad esserlo, l’altro ne può prescindere.

Ma al di sopra di ogni cosa emerge l’intento.

Esso colora l’immagine, infondendogli  vita che ritinta rivive ad ogni sguardo altrui.

 

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Claudio Trezzani

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