Il taglio esplosivo

Del fatto che il drone consente inquadrature diversamente inattingibili ci siamo già occupati.

E però, esistono situazioni in cui le peculiarità del dispositivo vanno oltre la succitata considerazione.

Banalmente, la visione elevata può improvvisamente – sbarazzatisi delle ostruzioni avanti il conduttore, tipicamente – disvelare scenari non apprezzabili da terra.

Specularmente, avviene l’opposto: il drone isola avvicinandosi, ma ciò è alla portata anche di un obiettivo macro, seppur nella limitazione del luogo (un macro direttamente brandito non vola).

L’opposto che tratto in questo articolo attiene piuttosto ad una combinazione di fattori che – seppur indissolubilmente legati al luogo di riferimento – genera alchimie singolarmente irripetibili, e imprescindibili dalla libertà di posizionamento del velivolo.

Una chiesa in campagna.

In questi casi la porzione basale del manufatto può essere o meno sgombra da attornianti elementi.

Chi è a terra può dunque apprezzare lo sviluppo complessivo della costruzione, oppure essere costretto a valutarne il dialogo con altro.

Le due fotografie a corredo di questo brano mostrano invece una rara opportunità di taglio esplosivo.

Taglio esplosivo?

Eliso ciò che c’è a livello del terreno, l’inquadratura registra una coesistenza di forme e qualità che crea una vertigine percettiva.

Sì, una vertigine percettiva.

Una composizione così, impossibile da terra ed inaspettata anche in aria.

Quando l’ho guatata dallo schermo del radiocomando sono trasalito di piacere: ciò che si vede è cartesianamente abbagliante.

Cartesianamente abbagliante per come le linee diritte di campanile e tetto trovano sferzante sublimazione nella brusca cesura del limite inferiore di quest’ultimo.

Mondato dalle implicazioni letteralmente terrene, lo squadrato insieme di tegole sorge indisturbato dal nulla che si merita.

Sì, dal nulla che si merita.

Sorge in purezza, senza avvilenti mercimoni con sporcizie formali nella realtà inevitabili.

E’ una dicotomia – l’altro attore, la natura – che rifiuta osmosi ma catalizza dialogo.

Dualismo che s’esplica anche traverso cromie.

L’opera dell’uomo ha una tinta; la vegetazione un’altra.

La versione in scala di grigi, d’altro canto, sottolinea la separazione geometrica ma non canta tutta la musica del momento.

D’altro canto non canta perchè i colori sono sì prerogative individuali, ma non totalizzanti: vi è sì reciproca attribuzione, ma non assoluta pertinenza.

Si pensi al giallo, soprattutto.

E del resto, nel bianconero manca questa relazione, ma ciò evidenza un’altra assenza di separazione: natura mossa e manufatto lineare, sì, ma la natura s’appropria anche dell’orizzonte, e con esso di un andamento lì assimilabilmente regolare.

Ancora la lezione del filosofo francese emerge: l’interdipendenza tra branche dello scibile, e l’imperativo d’applicare raziocinio all’analisi.

Niente è separato, ma ciò non esclude la svettanza.

Svettanza d’abbacinante matematicità, qui.

 

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Claudio Trezzani

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