Il solo, ma pregno, vedere

Anni settanta, fotografia riportata da giornale.

Quasi s’inneggiava all’edificata raffineria, professandola pulita.

Lo era davvero, non arrecava nocumento alla salute pubblica?

Temo fortemente di no.

Lo sono, oggi?

La mia paura non si è affievolita.

Ma queste cose, qui, non sono pertinenti.

E’ una bestemmia, questa mia ultima asserzione, se fraintesa nel segno di una insensibilità alle implicazioni sociali.

E Nerone, se fu lui a far appiccare il romano fuoco, merita il sommo castigo.

Ma Nerone nel divampare delle fiamme suonava la lira.

Cosa intendo?

L’arte involontaria è inconsapevole della funzione.

L’intrico di tubi che vedete nel ritaglio d’epoca è sublime.

Scultoreamente, plasticamente sublime.

Che il Governo disintegri subito la raffineria, se produce danno alle persone.

Ma un attimo prima mandi un pittore.

Od un fotografo, se urge smantellamento onde non cagionare ulteriore danno.

Il fotografo si beerà e s’abbavererà alla summentovata arte involontaria.

Pregando sia immediatamente distrutta, se reso edotto di sua calamitosità, ma senza sottrarsi al visivo incantamento.

Sapete, nel precedente articolo titolato “Il gesto” parlavo dell’istanza artistica sopra quella letterale.

Nel caso della fotografia colà trattata – da parte di una ispirata Patrizia Galia – non vi era frizione tra i due aspetti.

Qui, vi è.

Ma è una frizione che induce a separatezze, senza rinnegazioni.

Potente esecrazione dell’isalubrità.

Ma adorazione dell’arte involontaria.

Una seconda fotografia correda questo brano.

Tra le mie, è più insignificante del solito.

Aborro inquadrare da lontano, ma qui serve ad illustrare il cambiamento.

Perché è lo stesso luogo.

Non sono sicuro inquini meno, nutro apprensioni a che il danno seguiti.

Vedete però tutto quel verde attorno?

Prima c’erano tubi e voraci larghe bocche.

Il tempo cambia, lo stesso fanno le volontà.

E il fotografo si ciba di evidenze all’occhio, non di ancillarità a idee terze.

Siamo vivi in una tempesta di forme e colori.

Il fotografo, riverente e grato, osserva e cattura.

 

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Claudio Trezzani

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