Il Sè purificato

Michelangelo, Pietà in S. Pietro.

Non vi è chi non lodi la palpitante, pulsante plausibilità raffigurativa.

E che dire del vestito di colei che in grembo sorregge?

Vi è una contraddizione, qui: ogni cosa è come in carne apparrebbe, compreso epperò un intrinseco inganno.

Intrinseco inganno?

Sì, il vestito, tessile fosse, è così che cadrebbe: tuttavia, in siffatta guisa simula una pinguitudine che non trova sottostante corrispondenza.

Dunque, siamo al cospetto di fedeltà oppure no?

E’ il sè che incorpora incomplanari spinte.

Già, il sè.

Si fa presto a dire “sè”.

Chilometri di definizioni in filosofia, in psicologia.

Ma se diamo retta a Jung, è una totalità di cui la nostra percezione cosciente rappresenta una esigua porzione.

Come allora esprimere – in fotografica ritrazione – l’essenza di un oggetto?

Se è più di quanto riusciamo a catturare, verrebbe da pensare a un processo additivo.

Ma – lo sappiamo bene in Fotografia – talora ridurre potenzia.

Ridurre?

Prendiamo l’eccellente fotografia di Petros Koublis a corredo di questo brano.

L’erta roccia s’erge con perentoria e luminosa oggettività.

Così icasticamente è, ne va fulgidamente fiera.

Ma è un sè che va oltre senz’ombra di contraddizione.

Un sè purificato, questa è la parola.

Diviene presenza distinta eppur unificante, ed insomma.

Il peculiare colore, il rarefatto eppur definito contorno, l’asciuttezza formale.

Da plausibilità s’invola astrazione.

Senza rinnegare, rivela il sotteso più.

Sotteso, ma vibrante.

Non è altro, è un sè purificato, che sfronda senza svilire.

Al contrario, elevando.

Un sè che lascia intravedere divini barlumi.

Quegli stessi che Jung attribuiva all’irrivelata totalità.

 

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Claudio Trezzani

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