Il realismo metaforico

L’espressione è di Vladimir Kus.

Sì, realismo metaforico.

Ivalda Palazzi ci spiega che questa definizione personale riveste il più generico – ma storicamente connotato – ambito del surrealismo.

Vladimir è un pittore, ergo fa quello che vuole.

Può tradurre su tela ciò che immagina, intendo.

E così abbiamo un bambino in conchiglia.

Non esistono tali cose in natura, si direbbe.

Chi realizza dalla tabula rasa ha licenza – si paga tot euro, o coperchi, all’anno – di fare quello che non c’è.

Ma davvero, non c’è?

Nella testa di Vladimir, c’è.

Dopo che è passato il pennello, anche fuori

E noi fotografi?

Un pupazzo dentro la conchiglia e lo possiamo fare anche noi.

Certo, la conchiglia deve avere dimensioni credibili.

Davvero deve?

Vladimir è anche scultore.

Che bellezza: possiamo commissionargli una conchiglia gigante e piazzarla nell’inquadratura.

Bene, abbiamo agito come un pittore.

Abbiamo mischiato natura e manifattura?

Sì, ma su questo pianeta tale commistione è diffusa.

Abbiamo partecipato alla realizzazione?

Sì, e questo è un tantino più grave.

Invece di soggiacere all’esistente, abbiamo influito turbandolo.

Turbandolo?

Essì, che fotografi siamo a fare se invece di documentare trucchiamo?

Un momento, però.

Le luci, le possiamo mettere?

Un tavolo, possiamo piazzarlo?

Sapete, Joel Grimes è capace di mettere le luci.

E pure un tavolo.

Di più: ha persino un furgone per portare in giro l’attrezzatura.

Capirete, è laureato in fotografia.

E se ha acquistato un furgone, è anche in grado di comperare una pera.

Non ci crederete: l’ha fatto davvero.

E non l’ha mangiata.

Forse perché doveva andare a procurarsi un cucchiaio.

Di legno, stranamente curvo, forse gliel’ha fatto Vladimir.

E se gliel’ha fatto Vladimir, siccome è anche pittore gliel’avrà dipinto del colore della pera.

Il tavolo magari era già così.

Lo sfondo no, direi che l’ha scelto apposta.

Il risultato?

Un capolavoro.

D’essenzialità non disgiunta da pregnanza formuale.

Di vigorosa icasticità che non contraddice un prosciugamento formale.

Di deliziosa coesione cromatica che fa danzare sfumatura e tono.

Eggià, non esistono cucchiai così.

Non esistevano, prima.

E se sì, bisognava però metterli lì.

In quella posizione.

Con quegli abbinamenti.

Con quei pesati rapporti.

Vedete, non so più se quella roba lì c’è o non c’è.

In natura non si trova, tutt’alpiù la pera.

E cosa poi mai è una visione?

Mi sa che i pezzi stanno andando a posto.

Siccome una visione è anche un concepimento celebrale prodromico ad una vagheggiata esecuzione, possiamo autorizzare tutto.

Pagheremo la summentovata licenza annuale – euro o copechi – e saremo liberi d’agire.

Sì, liberi d’agire.

C’è un duttile plastico universo, in ogni cosa dentro e fuori di noi.

 

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Claudio Trezzani

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