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Il Primo Stadio

No, non mi occupo di Arte Pedatoria, come direbbe Gianni Brera.

Allo stadio calcistico ci andai una sola volta (S.Siro, Milan-Atalanta, punteggio 9-3).

Così, il Primo Stadio cui accenno nel titolo di questo brano è parte di un approccio gradatamente costruzionale alla fotografia. Gradatamente costruzionale

Nel mio precedente articolo “Casorati, Fontana & la fotografia… palafitticola” anticipavo che mi sarei occupato del ruolo “preventivo/attivo” del ritrattore. Il primo passo acciocché il fotografo possa definirsi coinvolto  in questa prassi è esemplificato nella fotografia che vedete sovrastare questo test

Autunno, foglie in barile ed in terra. Tutto apparentemente plausibile, ma mi accingo a rivelarVi un terribile segreto: due delle foglie le ho messe io. Orrore

Benvenuti nel mondo della composizione prima della composizione. Un motto latino recita: natura non facit saltus.

Leibniz la riprese – accapigliandosi con Newton – con: tout va par degrés dans la nature, et rien par saut

Cosicché – tra atomi difesi o negati – chi sono io per modificare il corso della natura?

Se infuria il dibattito circa le qualità delle entità, quantomeno avrei dovuto astenermi dallo spostare le due foglie. Tanto più che così facendo, oltre ad attribuirmi la funzione di Sommo Artefice, ho contravvenuto a una delle Leggi della Fotografia scolpite nella pietra: lavorare con quello che c’è. È proprio così?

Una prima domanda che ci si può porre è: la collocazione delle due foglie rientra nel novero delle possibilità che diversamente avrebbero potuto verificarsi secondo natura?

Grazie al Dio Eolo e, ancora, a Newton la risposta è sì: come  con altre sul barile, responsabili della collocazione avrebbero potuto essere il vento e la gravità. Domanda successiva: importa la differenza a parità di risultato?

Si, se si considera hybris, peccato di superbia rispetto agli antichi greci, essersi sostituiti all’azione del caso. Meglio: all’azione di qualsiasi altro agente, umano o no, che non sia il ritrattore. Il fotografo, cioè, non avrebbe dovuto abdicare alla sua terzietà.

Al suo ruolo di guardone, ed insomma. Avrebbe dovuto stare fuori, impassibile. Indossare la tuta della Polizia Scientifica, i loro guanti di lattice. E se in presenza di persone, tacere per non influenzarle. Ma è davvero così?

Dicevo: benvenuti nel mondo della composizione prima della composizione. È lecito influire sul contenuto della composizione, invece di limitarsi a ricercarla al momento dello scatto con l’inquadratura?

È lecito fare qualcosa “prima”? Se l’unico compito del fotografo è quello di documentare, spostando le due foglie ho rovinato la scena: si stava verificando una situazione, e l’ho modificata. Non importa se avrebbe potuto ugualmente succedere, ero io a non dover intervenire.

Si potrebbe però argomentare: è comunque una cosa che è accaduta, e Tu l’hai documentata.

Siamo ad ipotizzare Infiniti Mondi Paralleli, figuriamoci se non dobbiamo contemplare qualcosa che è realmente avvenuta qui. E del resto, pittori e scultori mettono – loro stessi – quello che vogliono. Ecco appunto: va rimarcata una differenza di ruolo?

Se lo postulassimo, dovremmo bandire ogni fotografia di studio, considerare ammissibile una natura morta ad olio ma non uno still life. Si può tuttavia eccepire: non hai sparsi indizi del tuo intervento (lo spostamento delle due foglie), ergo hai creato l’illusione della naturalità. Ma cos’è la naturalità?

La rispondenza ad un ordine afferente la natura. E la natura? Il fondamento dell’esistenza nella sua configurazione fisica e nel suo divenire biologico.

Ecco, il divenire biologico.

Ne siamo parte, per definizione non possiamo tradirlo: pertanto spostando due foglie non abbiamo creato l’illusione della naturalità.

Lasciamoci dunque cullare nell’entusiasmante flusso dell’esistenza, non vi è iato tra fotografia ed il suo esterno.

 

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Claudio Trezzani

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