“Livello sedimentario dell’Antropocene”.
Io non lo so dire, Davide Tubaro invece sì.
Capirete, è laureato in Geologia.
Epperò, ci sono sempre i nostalgici.
Gli anziani tendono a rimarcare quanto si stava bene nel Pleistocene.
Sapete, quando ero bambino c’erano ancora i Cavalieri di Vittorio Veneto.
Tra essi, gli irriducibili asserivano: “si stava ancora meglio nel primo periodo del Pleistocene”.
Sì, nel Gelasiano e Calabriano.
Poi sono arrivato io neanderthaliano e ho rovinato tutto.
Invece il mio coevo Davide Tubaro non ha rovinato tutto.
Anzi, ha infuso poesia.
Ha infuso poesia ove albergano quarzo, quarzite, basalto, calcare, arenaria.
E granito.
Sapete, il fratello della granita.
E cosa si fa con la granita?
Sì mescola.
E cosa succede dopo che si è mescolato?
Gli elementi s’intridono l’un con l’altro.
E cosa ha fatto questo Davide che è mio coevo, ma che a differenza di me è Sapiens anziché neanderthaliano?
Ha generato osmosi dello spirito.
Sì, osmosi dello spirito.
A me non interessa niente – tanto sono anziano – che Paul Crutzen si è offeso perché lo IUGS dice che l’Antropocene non può essere paragonato per categoria all’Olocene.
A me interessa il pettine.
Il pettine?
Sì, il pettine.
Quello lì delle nove fotografie che Davide Tubaro ha scattato.
Quello lì che il sasso sessualmente abbranca e gli dice: resta con me, pettine.
Resta con me, osmotizzaTi con me, pettine.
E quel cencioso vestito elevato – non ridotto – a scultura moderna.
E quel residuo di suola in sé artisticamente bastevole, perché reso dipinto astratto.
E quel brandello di tela che par la Vestale Tuccia di Antonio Corradini.
E quei pantaloni divenuti di plastica formuale immaginificità.
E quell’infradito come brutalizzato da orme di camion.
E quell’impronta che reca naturali spuntoni di Cappadocia.
E quella bottiglia sormontata da tricologico rigoglio.
E quel flacone come tartaruga che arranca verso la luce.
Ecco, Antroprocene a modo mio.
Ove l’άνϑρωπος percepisce lirica la Terra, e se ne bea.
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Claudio Trezzani
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