Il Non Bisogno della Velvia

Un certo numero di costosi rollini.

50 o 100 ASA.

Inseriti in reflex di formato Leica.

Od entro Rolleiflex – fa anche rima – nonché altre fotocamere a pellicola di medio formato.

Quando l’ho fatto, è sempre stato per esigenze specifiche.

Legate allo scenario e all’intenzione su di esso prefigurata.

Era giocoforza agire così, ai tempi dei telaietti.

Ora manca la seconda parte del lemma: gioco, non più giocoforza.

Ciò ci conduce alle così appellate simulazioni d colore disponibili sulle digitali Fujifilm.

Nel vasto alveo delle preimpostazioni non dinamiche – non cioè afferenti a regolazioni in cui il tempo sia parte imprescindibile dell’equazione – trovo assai riuscite, e oltretutto relative a sensori eccellenti.

Addirittura, in taluni modelli la Casa offre ghiere dedicate per la loro rapida selezione.

E quanto ad usarle?

Occorre distinguere tra il prima ed il dopo (il dopo legato alla permanenza di tali scelte nei relativi files RAW).

Quanto al prima – oltre al ribadire che non vi siamo più costretti, non vi è più irrevocabilità di conseguenze – è necessario soffermarsi su di un concetto.

Esso è formulato rispetto alla Velvia, ma similari aspetti potrebbero – variati – essere esaminati a proposito di altre simulazioni:

il colore peggiora la cattura, al di là del contrasto.

Sì, il colore peggiora la cattura, al di là del contrasto.

Se la saturazione è elevata, essa va a detrimento dell’abbondanza di dati raccolti.

In diverso modo, è la cosa che succede con il contrasto.

Oggidì si abusa dei formati cosiddetti flat, ma si sta esagerando anche sul versante opposto.

Questo versante, giustappunto.

Così, è più proficuo intervenire successivamente, fermo restando che i migliori risultati si ottengono con una personale calibrazione fine, non con la mera sovrapposizione di una impostazione costituzionalmente “ignara” (si, lo so, esistono anche le selezioni “intelligenti” in base al contenuto…) dello scenario di riferimento.

Dunque, succede ancora: una prassi – la regola del tempo d’otturazione doppio rispetto al frame/rate, nei video, per esempio: molti videografi non sanno che nacque come necessità per coprire l’intero fotogramma, quando l’otturatore era rotante, ed oggi il problema non sussiste più – principia quando vi erano precisi presupposti che ne sancivano l’opportunità e l’efficacia, e seguita a dispetto della mutazione/evoluzione tecnica nel frattempo registratasi.

Pertanto, oso suggerire: mai scorrelare mezzi e fini.

Guicciardini e Macchiavelli ci cogitarono su già secoli fa, e l’esigenza di sorvegliarsi in proposito tuttora permane.

 

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Claudio Trezzani

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