Il luogo – e il tempo – comune

Il filosofo Stefano Zampieri afferma che la noia è presupposto per una percezione reale del quotidiano.

Già, il quotidiano (a partire da qui sono io a cogitare).

Il tedio, del quotidiano.

Cheppoi non esiste, il quotidiano.

Se tutto – di neutra cronologia – è quotidiano, niente più lo è davvero.

Come allora definire la noia, il tedio, in rapporto a ciò che non è?

Certo, si può procedere per individuazione di ricorrenze: se il quotidiano è un impersonale ed inesorabile fluire, ciò che lo spezza è il luogo – il tempo – ove il tedio svanisce.

Ciò che lo spezza?

L’interruzione – la variazione – di azioni ripetitive.

L’interruzione di azioni necessariamente ripetitive.

Come aver l’obbligo – il pendolare – di percorrere ogni giorno lo stesso tragitto per recarsi al lavoro.

Cosa dunque fare per interrompere – variare – l’azione necessariamente ripetitiva?

Fotografare.

Un momento, epperò.

Si tratta di un proposito attivo che si sovrappone senza interrompere.

Ergo, valorizza senza smentire.

Senza ripudiare, soprattutto.

Sapete, l’antropologo Marc Augé definiva “non luoghi” quei luoghi (ora sono io a definire) spogliati d’identità endogena nel loro ricalcare stilemi estranei al genius loci.

Stazioni ferroviarie soprattutto.

E treni.

Un barbuto viso – orrore, è una pubblicità – perentoriamente erompe nella modulazione della luce propria dei cristalli liquidi.

Indi, pioggia accarezza, timida ma persistente, finestrino d’oggetto in corsa.

La stazione augeiana è nel tratto, ma episodicamente squarciata dall’imprevisto, sia esso umano o dall’umano propiziato (la programmata scansione delle immagini).

Lo scompartimento di treno s’elide nella scelta inquadratoria, ma non rinnega suo diaframma: quello stesso vetro che interfaccia sua propria staticità con il movimento che fuori s’agita.

Movimento che intercetta attimi di vita.

Attimi passati che hanno conseguenza sul barlume di presente: quei graffiti sono stati realizzati in un tempo precedente ma gettano loro prosecuzione sugli sguardi che su di essi si poseranno.

Tre tempi in uno, eddunque: il pregresso fare, l’incedere del mezzo, la percezione momentanea del viaggiatore.

Il luogo – e il tempo – comune.

Così ho titolato questo articolo.

Usando metafora, si raccomanda evitarli, i luoghi comuni.

Con ciò intendendo: tendere allo straordinario, piuttosto che all’ordinario.

Ma il primo è contenuto nel secondo.

Niente è mai uguale, ogni cosa è inedita, vivendo.

 

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Claudio Trezzani

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