Il gesto

Franco Oberto siede a cavalcioni di un’arma.

Sì, quel doppio e corto scappamento che sta sotto il bicilindrico diviso al centro dal filtro dell’aria  – che pare una rotella di follow focus – della sua Harley potrebbe essere scambiato per un fucile a canne mozze.

Dunque spara, Franco Oberto.

Attenzione, però.

Non a caso ho citato la rotella del follow focus:

Franco spara, ma nel secondo significato che gli anglofoni attribuiscono al verbo.

To shoot, fotografare oltre che sparare.

Si sa, una moto è più rischiosa di un’auto perchè è un mezzo ad equilibrio dinamico, anziché statico.

E Franco il rischio lo trasferisce in Fotografia.

Lo fa bucando una delle ultime cortine di ferro.

La plumbea cortina del Nord Corea.

Lo sapete, sono – controcorrente – un parnassiano.

Art pour art, con una marcata insofferenza verso l’intento di rendere la Fotografia ancillare rispetto ad una idea terza.

Così disapprovo a priori veicolazioni concettuali quali l’istituzione di paradigmi come Fotografia etica et cetera.

Ma poi vi sono gli esiti alti.

Ebbene, Oberti condivide con Salgado la nefandezza di legare sessioni fotografiche all’impegno sociale.

L’impegno di mostrare da dentro mondi lontani.

Un periglioso mondo lontano entro cui Franco osa.

Osa, e ottiene.

Una felice cifra stilistica rappresentata da contrasti marcati ma non esasperati ed una tendenza all’high key.

Richiama un lut cinematografico, e del resto Franco lavora  egregiamente anche in quest’ambito.

Epperò, invece di soffermarmi tra pregi e intenti di questa sua riuscita opera nella sua globalità, vado subito al gesto.

Già, Il Gesto.

Da parnassiano inveterato poco m’importa del contesto, qui.

Sopra ogni altra cosa, Il Gesto.

Graffiante, fa che l’immagine passi dalla retina al luogo ove s’annida la memoria, là perdurando.

Il netto taglio grafico, la moderata saturazione, la scabrità del volto, la psicologia che trapela, la severità del contesto rischiarata dall’umano palpito, un sentore di tragedia frammisto a rattenuta poesia, il dinamismo della composizione che per converso disvela la staticità della stagnazione ambientale, ecco, cose così.

M’interessa niente la fotografia etica, qui.

Io mi volgo al gesto, quando è perentorio e scultoreo.

La Fotografia come linguaggio autonomo, ecco.

Qui, così, rifulge.

 

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Claudio Trezzani

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