Il Disatteso Necessario

Lo spunto mi proviene da Sergio Doria (di lui come eccellente fotografo m’ero occupato ben quattro volte in questa rubrica).

Va al Piovoso Nord, Sergio.

Gli dico: hai fotocamera tropicalizzata e baionette sigillate?

Mi risponde: ovviamente sì.

Ah, fosse davvero così!

Poter con spensieratezza spendere il promettente avverbio.

E no, purtroppo: il panorama commerciale non consente di poter pronunciare “ovviamente” attribuendo al lemma valore generale.

Se Sergio è a posto, una infinità di altri fotografi non lo sono.

Troppe poche macchine dotate di o-rings.

Troppi obiettivi sprovvisti di protezione presso l’innesto.

Sapete, reputo il paragone con la situazione automobilistica giovi assai alla comprensione del fenomeno.

Un tempo le Mercedes dotate di convertitore proclamavano orgogliosamente lor peculiare dotazione con la vistosa dicitura “automatic” in rilievo sul posteriore della vettura.

Con l’avvento di  ESP ed ABS, qualche costruttore ritenne opportuno egualmente apporre sigle in carrozzeria che evidenziassero l’innovazione.

Poi il cambio automatico trovò larga diffusione, e i  succitatidispositivi di sicurezza godettero di obbligatorietà.

Ecco, sicurezza.

Ecco, obbligatorietà.

Lo sapete, la pioggia è una iattura per chi pigia pulsanti ed in conseguenza del gesto vorrebbe portare a casa immagini.

E, parimenti lo sapete, la sicurezza suole essere suddivisa in passiva ed attiva.

La sicurezza attiva applicata alle fotocamere sotto la pioggia implicherebbe un coinvolgimento divino, sorta di Mosè che divide le acque, o che crea una bolla attorno il ritraente dispositivo.

La sicurezza passiva è cosa più attingibile: non si evita l’evento; si evitano o minimizzano le conseguenze dell’evento istesso (airbags, scocche a deformazione programmata, barre nelle portiere, quelle robe lì).

Che pioggia venga ma non faccia danni, eddunque.

Che i circuiti elettrici non vengano compromessi; che petulanti gocce non trovino il loro cavallo di Troia là dove il cilindro s’avvita entro suo ospite.

Va da sé, dovrebbe essere obbligatorio.

Ma come, i fabbricanti fabbricano cose e non le rendono compatibili con ordinari metereologici frangenti?

Un’altra cosa che sapete è che le garanzie degli autoveicoli sono dotate di garanzie.

E che queste garanzie solitamente prevedono coperture  temporalmente diverse a seconda delle più comuni caratteristiche rispetto invece alla sì appellata “corrosione passante”: due, tre, cinque, sette anni per certe cose, magari dieci per buchi che trapassino lamiere.

Ecco, ogni fotocamera dovrebbe garantire – almeno entro il termine legale di due anni comune alla legislazione di molti Paesi – che l’acqua non può rovinarle.

Tuttal’più, porre un limite  di copertura magari decennale (come con i summentovati buchi nelle macchine) alla tenuta degli o ring.

Fantascientifica idea?

Mannò, che già molti telefonini si stanno attrezzando alla bisogna.

Le fotocamere, invece, tristemente no.

Siamo ancora al “wheater resistant” tronfiamente serigrafato a margine della lente, che è ben meno di un “water proof”.

Eppure, mirabili cose accadono con le automobili.

Frenata automatica d’emergenza, avviso sopraggiungenza mezzo in angolo cieco dello specchietto, avviso superamento immotivato carreggiata, rivelatore stanchezza del guidatore.

E – tagliando la testa a tutti questi tori – dispositivi che attivamente non si limitano a suggerire, ma risolvono – anche senza soluzione di continuità, con la guida semiautonoma di livello due – ogni eventualità di pericolo.
Il pericolo, con le macchine fotografiche, è buttare via i soldi per un po’ di pioggia.

Ed i costruttori questo non lo dovrebbero permettere.

Perché, dicevo a Sergio, non è ammissibile astenersi dal documentare l’affascinante epopea della pioggia.

 

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Claudio Trezzani

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