Il “de visu”

Masaccio.

Lo sguardo corre verso il viso del Cristo Crocefisso e…

No, non è possibile.

Il modo in cui il mento s’appoggia al petto.

Perché in realtà non si appoggia.

“In realtà”?

Potremmo dire che la situazione è puramente ideativa.

Che non è realtà sensibile, e così ci sbarazzeremmo del problema.

Ma bareremmo.

Perché l’intento del pittore è sì simbolico, ma non senza verosimiglianza.

Ed allora non convince che il corpo sia rappresentato con una – pur stilizzata – plausibilità, e poi il modo in cui cade il mento sul petto non paia planarmente credibile.

Sì, più guardo il particolare più lo percepisco come distonico, un abbinamento che non è tale.

Almeno però siamo di fronte ad una elaborazione che discende da una costruzione mentale.

Ora però siamo giunti alla fotografia.

Patricia Fara, ricercatrice in Cambridge.

Mi ha spaventato, di primo acchito, questa immagine.

E c’è voluto un po’ prima che m’avvedessi della “realtà”.

All’inizio – e per discreto tratto anche dopo – non mi rendevo ragione della forma dellle orecchie.

Puntute in basso come quelle di Mister Spock, mi dicevo.

Una extraterrestre nel Regno Unito, sconcertato pensavo.

Come è potuto accadere?

È perché non ero lì.

La persona non l’ho potuta guardare “de visu”.

Sul posto avrei potuto apprezzare la profondità, discernere i piani prospettici.

L’ampiezza tonale non sarebbe certo stata quella di un filmato selvaggiamente compresso per la diffusione.

Così sarebbe stata intelligibile la soluzione di continuità tra orecchino nero e porzione di sfondo scuro.

De visu avremmo appreso la verità.

Una verità noiosa, epperò.

No, meglio la Fotografia.

Con dolce inganno, permette alla mente di librarsi.

 

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Claudio Trezzani

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