Il Crocevia

La stabilizzazione delle immagini con il ritraente in movimento è cosa assai critica, che si risolve pienamente solo con attrezzature assai complesse e costose, eminentemente in ambiente cinematografico.

Un autentico spartiacque è però costituito dalla disponibilità di stabilizzatori meccanici – meccanici, non ottici – pluriassi.

Al di sotto di ciò, l’insoddisfacenza.

E lo stabilizzatore meccanico pluriasse ce l’ha, il Dji Pocket 2.

Gradita evoluzione della prima serie – che ancora recava la dicitura “Osmo”, ora soppressa – corregge parte dei difetti che si riscontravano nel modello precedente.

Assai numerosi sono gli spunti d’analisi.

Una prima collocazione è quella dimensionale: è più piccola di una fotocamera compatta ma rispetto alla generalità d’esse ha un sensore più grande.

La cui taglia ammonta a 1:1,7 pollici, rispetto al 1:2,3 delle succitate entry level (e ai 1:2,3 e 1:2 dei droni più piccoli della stessa marca).

Non vi è diaframma regolabile, bensì una apertura fissa di f1, 8.

Nonostante il sensore più grosso del modello che sostituisce (era di 1:2,3) e della più ampia apertura relativa (era di f2) il decremento “virtuoso” della profondità di campo (possibilità di “staccare” i piani prospettici) è parzialmente controbilanciare dall’aumento di angolo di campo dell’obiettivo, che passa da 80 a 93 gradi.

A fronte della focale fissa vi è uno zoom digitale.

Sappiamo bene che esso non sostituisce in funzionalità uno zoom ottico, ma la sua presenza mi consente di svolgere alcune considerazioni.

Visto che l’escursione digitale ammonta a 8 X, si raggiunge una focale equivalente nel formato Leica a 160 mm.

Che questa focale sia raggiunta al momento della ritrazione oppure in postproduzione, indica comunque un margine che va correlato alla risoluzione massima, che qui è – con i distinguo che espliciterò – di 64 MP.

Dividendo questa risoluzione per lo stesso fattore di moltiplicazione dello zoom digitale, se ne evince che con il massimo ritaglio la risoluzione è ancora di 8 MP, dunque realmente utilizzabile.

Attenzione, però: I 64 MP sono ottenuti dividendo ogni pixel per 4.

Ne deriva un peggioramento del rapporto segnale/disturbo, tanto è vero che in modalità 64 MP la Casa ammette una sensibilità massima di 3200 ISO, contro i 6400 ammessi nella modalità “nativa” di 16 MP.

Una mia prova sul campo ha confermato la maggior tenuta al rumore di quest’ultima configurazione.

Poniamo ora in relazione il disturbo alle già citate caratteristiche di apertura relativa generosa, ampia focale e stabilizzatore meccanico a 3 assi: pagato pedaggio alla taglia non ancora ampia – se comparata a mirrorless e reflex – la miscela è esplosiva.

Non si era mai vista una combinazione altrettanto promettente per la realizzazione d’immagini in condizione di scarsa luminosità con il dispositivo brandito a mano senza dover amplificare troppo il segnale:
una delle due fotografie a corredo di questo articolo ho potuto effettuare a 800 ISO – pochi per le condizioni del sito – con il software che ha optato per un tempo d’otturazione di un quarto di secondo, ben retto dall’azione dello stabilizzatore.

Addirittura, forzando manualmente le impostazioni, ho potuto realizzare scatti a mano libera con tempi sino a quattro secondi, con un certo decremento della nitidezza ma senza sconfinare in un vero e proprio mosso.

A proposito di modalità manuale, essa esiste, con l’ovvia specificazione – in relazione a quanto già specificato – che il parametro diaframma non può essere modificato.

Esiste la possibilità di applicare magneticamente un aggiuntivo grandangolare che porta la focale a 15 mm equivalenti nel formato Leica.

Questo mi porta a ritenere che, in questa guisa e con l’adozione di una staffa opzionale interamente estesa, brandeggiata sopra la testa e puntata verso il terreno, sia verosimile emulare le riprese dronuali zenitali a bassa quota.

Nel caso, redigerò uno specifico approfondimento.

Quanto al comparto video, possiamo contare su di una risoluzione massima di 4K con un frame/rate sino a 60p, e uno slow motion a 240p solo in HD.

A proposito del 4K, tuttavia, occorre rimarcare che a questa risoluzione il face detection non è attivo per frame/rate superiori a 25p.

Per ciò che attiene le modalità accessorie, abbiamo timelapse e motionlapse.

A proposito di quest’ultima impostazione, rilevo però che rimane condizionata dalla posizione fissa del dispositivo, che così può solo ruotare (esistono in commercio dei mini/binari di costruttori terzi che rendono la resa meno aleatoria).

C’è anche il così appellato hyperlapse, classico specchietto delle allodole per gli sprovveduti.

Il dispositivo è pilotabile dall’app Mimo scaricabile sullo smartphone, ed è rimarchevole notare che gran parte delle funzioni dall’app sono attingibili anche mediante il minuscolo schermo touchscreen presente sul dispositivo.

Tuttavia, più che la difficoltà – superabile – di pigiare le dita su di esso, lo svantaggio maggiore consiste nel fatto che sul piccolo schermo le funzioni sono richiamabili – se complesse – con plurime tendine, a detrimento dell’immediatezza.

In compenso, esiste un tasto su di una linguetta applicabile in dotazione che è espressamente deputato alla commutazione istantanea sui tre modi di funzionamento del gimbal.

Per capirne le differenze di funzionamento, consiglio di orientare la camera verso di se ed osservare i tre diversi comportamenti di quest’ultima rispetto allo stabilizzatore.

Vi è inoltre la possibilità di impostare un inseguimento lento e dolce oppure veloce e netto.

A una veloce commutazione di parametri basilari è delegato anche un altro tasto, che a seconda di azionamenti singoli o plurimi in rapida successione consente di giostrare tra foto/video, centratura e selfies.

Il dispositivo si può anche tenere in mano con lo smartphone attaccato ad esso, ma in questo caso si sforza troppo la linguetta di connessione.

Molto opportunamente, una basetta alternativa che reca l’attacco da 1,4 pollici per un treppiede è presente anche nell’allestimento/base, ma questo non ci deve far scordare che la politica commerciale di Dji tende a penalizzare i clienti sotto il profilo del rapporto dotazione accessori serie/opzionali.

Un esempio per tutti è costituito dal fatto che invece la basetta con modulo hi fi è disponibile solo a pagamento, mentre la concorrenza – sia tra i gimbal all in one, sia in quelli di supporto a mirrorless e reflex – tende a fornirli compresi nel prezzo.

Impagabile la facoltà di mantenere l’ortogonalità sia nelle riprese in movimento, sia nelle istantanee statiche tenendo in mano il dispisitivo.

Non manca la funzione panorama: eccellente rispetto a quella di telefonini e fotocamere, visto che si giova della programmata mobilità del gimbal, se il dispositivo è tenuto sul cavalletto; inferiore invece rispetto a quello dei droni, che si possono spostare in aria. Va però tenuto presente che la funzione di spostamento programmato in funzione panorama sui droni è solitamente presente in applicazioni di terze parti, di serie limitandosi a ruotare.

Il vantaggio dell’incrementato angolo di campo dell’obiettivo non risiede solo nella possibilità di meglio contestualizzare, ma anche – in configurazione selfie – di poter non estendere completamente il braccio.

È consentito optare per una messa a fuoco singola o continua, ma non per una manuale: limite non da poco, per quelle situazioni in cui si vorrebbe regolare la messa a fuoco sull’iperfocale. Non dimentichiamo infatti che pur essendo l’obiettivo grandangolare e il sensore non molto grande, non possiamo comunque discostarci da f1,8.

Le riprese dall’automobile risultano molto appaganti per l’impeccabile funzionamento dello stabilizzatore e per l’angolo di campo adatto all’occasione.

Per questo impiego, per quello ciclistico e per quello sportivo in generale sarà comunque opportuno si sviluppi una serie di accessori atti al saldo ancoramento del dispositivo: finalmente abbiamo una camera meccanicamente stabilizzata, con un sensore non lillipuziano e con un grandangolo rettilineare, e sarebbe un peccato non poter sfruttare pienamente le sue potenzialità anche in questi ambiti.

Il comando dello zoom digitale non è utilizzabile in modalità video durante le riprese, perché non graduabile nella sensibilità d’azionamento.

In sintesi: con questo dispositivo Dji ha “portato a terra” alcune interessanti funzioni dei suoi droni.

Proprio per questo sarebbe interessante – ad opera di questo costruttore o di altri – commercializzare un dispositivo di questo tipo, ma professionale:
con un sensore di almeno un pollice, o magari del consorzio quattro terzi o aps-c. Si coniugherebbe così “dedicazione” di comando ed ergonomia (si pensi al paragone tra videocamere e reflex) con una maggiore qualità d’immagine.

Siamo finalmente giunti alla fine di questa “maratona recensiva”.

Ne sono stato indotto dalla considerazione che questo dispositivo rappresenta concettualmente un “crocevia”, come ho titolato questo articolo, una confluenza di motivi tecnici:
una pentola di ebollizione per il pensiero ideativo, che può fungere da catalizzatore allo sviluppo di ulteriori modelli con inediti orientamenti progettuali.

 

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Claudio Trezzani

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