Il Cosa & Il Dove

Noi fotografi scegliamo tagliando.

Sì, è grazie all’inquadratura che conferiamo una impronta personale.

Ma cosa accade se è un oggetto a spostarsi nel fotogramma?

A parità degli altri fattori, intendo.

Ciò che succede rivela molto sull’incidenza delle convenzioni iconografiche sull’interpretazione del veduto.

Basta un fazzoletto a dischiudere divaricazioni.

Collocato sulla fronte?

Si penserà ad un teppista od a mondana disinvoltura.

Lo stesso fazzoletto a cingere il collo?

E’ il ritratto del cowboy.

Da naso in giù (grazie, Corinna Ricci)?

E’ la divisa istituzionale del rapinatore.

A celare gli occhi (grazie Silvano Vita)?

Plurimi fini e significati: dalla trasposizione maschile – come m’osserva il summentovato Silvano – della Fortuna con cornucopia (Dea bendata, per l’appunto), alla personificazione della Giustizia, per non tacere di qualsivoglia occasione in cui serva o s’ostenti privarsi del  fisico senso di riferimento.

S’accennava alla parità di ulteriori fattori.

Sì, è un prerequisito.

Un prerequisito che delega  la veicolazione del segno.

Ciò in quanto non è compito dell’indossante il fazzoletto palesare orientamenti, quanto piuttosto al fazzoletto istesso al mutare della sua posizione.

Al soggetto, invece, è richiesta impassibilità, onde non costituire elemento perturbante della succitata veicolazione.

Ma il soggetto possiede lineamenti, anche se non li “usa” (se l’atteggiamento muscolare del volto non suggerisce peculiarità emotive).

Ma può essere neutro un volto?

La suesposta impassibilità non esclude una primigenia caratterizzazione.

La faccia esprime la storia di chi ce l’ha, ed insomma.

Lo sapete, non siamo più a Marco Ezechia Lombroso.

Non pensiamo più, eccioè, che esista una relazione indissolubile tra tratti somatici e propensione a delinquere od ad altri comportamenti.

Però il medico veronese estendeva la sua analisi anche ai tatuaggi.

Tatuaggi = fazzoletto, nella comune loro qualità di essere il risultato di una azione consapevole.

Ben per questo che Fabio Bonari m’osserva: non basta un’abito per fare un monaco, ma un fazzoletto ha poteri magici.

Come anticipato, è una questione di deleghe e di volontà.

Se l’interno sentire di una persona è insondabile, possono altresì essere captati i segnali che essa invia tramite segni riconosciuti.

Che poi uno stesso oggetto diversamente parli con molteplicità di fogge è già interessante.

E che a parità di fogge già la sua diversa collocazione rechi intenti segnalatori, lo è ancora di più.

Ricordate l’incipit?

Noi fotografi scegliamo tagliando.

Noi così facciamo di fissità linguaggio.

E quando qualcosa si muove entro un medesimo scenario, la metafora del movimento si salda con la proteiformità della stasi.

Stasi che in tal guisa non è più tale.

Stasi che è sintesi ogni volta peculiarmente incarnata.

Ecco il potere magico cui Fabio si riferiva.

 

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Claudio Trezzani

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2 Comments

    1. Claudio Trezzani Reply

      Carissimo, peccato che sei troppo giovane per ciò che sto per riferirTi: anagraficamente non puoi aver conosciuto Enzo Orlandi, primo cugino di mia madre. Enzo era un Tuo pari nell’editoria: era il braccio destro di Arnoldo Mondadori.

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