Il caleidoscopico ventaglio

Percorrete città e campagne al sorgere del sole od al suo declinare.

Troverete una pletora di metallici manufatti industriali che, baciati da calda luce radente, vivono il loro quotidiano quarto d’ora di gloria, secondo loro orientamento. L’interpretazione di queste visioni si apre a caleidoscopico ventaglio, per l’estrema ricchezza di soluzioni possibili. Approcci low o high key, valorizzazione del segno o del colore, cifra tonale, inclusione o sottrazione di elementi.

Della foto a corredo ho realizzato numerose versioni, ognuna perseguente suo peculiare fine.

Nel presente caso, l’intento si è esplicato in una inquadratura stretta e in una impostazione a tono basso (è altresì da rilevare che in nessun punto dell’immagine si registra un clipping del nero), espedienti volti ad una enfatizzazione dell’oggetto/soggetto nella sua valenza grafica.

La superficie del manufatto è stata trattata per una neutralità cromatica, la qual cosa indirettamente assolve la funzione di una sorta di desaturizzazione da facto, che paradossalmente calamita lo sguardo in contrapposizione agli elementi di colore che l’attorniano. In tal modo si è parzialmente esclusa la “carnalità” cromatica derivante dalla tonalità della luce del sole che investe l’oggetto, che avrebbe richiesto una diversa regolazione in gradi Kelvin per restituire una sensazione “erotica” di calore.

Purtuttavia, ho scritto “parzialmente” poiché tale erotismo si esplica non solo in virtù della componente cromatica, ma anche in relazione a forma e tessitura materica, che conducono la percezione verso una suggestione tattile.

Proseguendo l’esplorazione in questa accezione la strada è aperta verso una versione monocromatica, all’interno della quale s’impone la necessità di una calibrazione fine del dialogo tra luminosità relative: nei bianconeri il segno acquista un prepotente rilievo, che in tal guisa rischia di porre evidenza anche laddove il fotografo desidererebbe non fosse riposta. Giostrando con gli strumenti a disposizione, non è disagevole estrarre almeno una decina di versioni possibili, come ho fatto.

Ciascuna versione sonda una sua propria individualità e salda nell’atto realizzativo percezione/emozione e canone/esecuzione, il che fornisce lo spunto d’interrogarsi ove risieda il limen fra soggettività ed oggettività, fra emozione ed applicazione di canone eteroindotto. Trovo le due istanze non si situino agli antipodi: fanno parte di un processo osmotico che deve essere si autosorvegliato, ma senza che ciò vada a detrimento della libera espressione, o per converso a nocumento di grammatica e sintassi.

Un binario flessibile, insomma: non immemore di ciò che la mente umana ha codificato nel corso del tempo in questa branca dello scibile, ma ugualmente consapevole della complessità di sfumature presenti fuori e dentro ciascun autore.

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