Il berretto di lana

Semiceliando, in queste pagine mi ero trovato a sostenere l’indispensabilità – per un fotografo – di avere una bicicletta a pedalata assistita e una salopette da pescatore.

Ora è il turno di un berretto di lana.

Preferibilmente blu e morbido, onde meglio immedesimarsi nel ruolo del camallo. Ma il camallo deve vigorosamente operare.

A noi fotografi è invece necessario – berretto ben calcato onde contrastare le brezze marine – un orologio. Ci serve prima e durante.

Prima, per partire da casa a notte fonda, se abitiamo in pianura.

Durante, per tenere  aperto l’otturatore anche per consecutivi minuti.

Giunti sul luogo della ritrazione molto prima dell’alba, è il momento di collocare in posizione un robusto stativo e, per ore, non spostarlo più. Noi saremo lì per tutto il tempo, col berretto ed un orologio, fosse anche solo mentale.

Comando di scatto remoto, posa bulb. Vi è da sperare non siano visibili stelle, onde non contravvenire all’empirica regola dell’800 (o 700, o 600 a seconda del formato o del margine che ci si vuole riservare): diversamente esse appariranno in guisa di segmenti. Sulla reflex è montato il fido Nikkor 18 mm f 3,5 AIS, tutt’ora un campione nel rapporto distorsione/focale (prima del massivo avvento delle correzioni in camera, la cui azione non è indolore).

Quattro scatti, a distanza di ore. I primi tre con l’obiettivo “al naturale”;  l’ultimo con un filtro  a densità neutra.

Sono testimoni della ineguagliabile caleidoscopica ricchezza della natura.

La fotocamera è sempre lì, ma le divinità Crono, Nettuno, Eolo, Elios, Nyx, Emera furiosamente congiurano per elargirci scenari di abbacinante cangevolezza.

A noi il compito di -riverenti – catturare.

 

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Claudio Trezzani

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