I piccioni, la fava, il drone

Proverbi, frasi idiomatiche.

Frasi “fatte”, per dirla volgarmente.

Fatte ovvero preconfenzionate, è questo l’appunto che si muove loro.

Appunto fondato nella misura in cui esse lasciano chi le proferisce pigro, non stimolandolo a lessicalmente rielaborare.

Epperò esse funzionano perché sono semanticamente pregne, non inganni l’effetto “inflattivo” del loro estenuato uso.

Dunque, oggi impiegherò proprio una frase fatta.

Oh, non sono un cacciatore, non uso una fava quale esca per volatili.

Ma in ciò che vado ad illustrare il drone ottiene proprio fava e piccioni senza privarsi nè dell’una nè degli altri.

E lo fa ovviando ad un problema e correggendone un’altro.

La ricetta?

Essere già in alto.

Personalmente intendo, con il radiocomando in mano.

Così si rispetta l’altitudine massima – intesa come distanza verticale dal punto di decollo – che la Legge prescrive per i nostri mezzi a pilotaggio remoto.

Al contempo – non è il secondo punto, bensì una conseguenza del primo – si gode di un panorama elevato, con le peculiarità insite in questo tipo d’inquadratura.

E ciò ci porta al secondo aspetto della faccenda: la difficoltà nell’uso dei  grandangoli – salvo casi appositamente ricercati – consiste nel recare troppi elementi di disturbo nella porzione inferiore del fotogramma, qualora si voglia evidenziare formazioni nuvolose in cielo, a meno di non tenersi ortogonali, con i disastri – inversamente proporzionali alla lunghezza focale – di cui siete certamente edotti.

Ecco ch’inoltre, in tal guisa  l’ampio angolo di campo non diviene più elemento perturbante come in ritrazioni architettoniche, anzi consentendo di mostrare visuali estese e pertanto un maggior numero di giochi che il soffiante Eolo fa lassù.

Ergo, è sempre un incontro tra mezzi e fini.

Nella situazione presentata, i primi ben si sposano ai secondi.

Ma ricordiamo: i droni sono tuttora indecentemente limitati quanto a focali disponibili.

Se qui la configurazione giova, in svariati altri casi nuoce.

Ricordate anche “That’s the press, baby!”” (dice Humphrey Bogart in “Deadline U.S.A.”).

Ebbene, è proprio il caso di parafrasare con un: “è il mercato, bellezza!”.

Solo che non è una bellezza: non poter avere la focale che si vuole è una bruttezza, invece (salvo nel caso presentato in questo articolo).

Impoverisce il linguaggio, lo svilisce limitando.

 

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Claudio Trezzani

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