Vedo pregevole filmato di Massimo Nalli intorno le Stazioni del Sacro Monte di Ossuccio.
E noto una peculiare caratteristica: vi sono statue presso gli affreschi che sono poste ravvicinatamente davanti ad essi, efficacemente integrandone il contenuto.
Ciò fornisce la stura per una pletora di suggestioni e cogitazioni.
O dei modi della tridimensionalità.
O della prospettiva.
O dei desideri.
I desideri, li troveremo più in là.
Le premesse, intanto.
Leggevate da bambini quei libri le cui pagine, aprendole, disvelavano cartonate erezioni a scandire piani e personaggi?
Ce ne sono ancora, anche adesso.
E mettevate gli occhi nella plasticosa binocularità di un View Master, quel dispositivo stereoscopico ideato da William Gruber e commercializzato da Sawyere’s?
Si girava un disco mercè leva, ed apparivano immagini di spiccata pluriplanare profondità.
Leon Battista Alberti, Piero della Francesca e Leonardo non ce l’avevano, il View Master (benché il figlio di ser Piero sarebbe stato capace d’inventarlo…).
Anche loro, epperò, facevano cader giù cose dall’Iperuranio.
Cosa dici, Claudio?
Dico che volevano avvicinare il platoniano mondo delle idee a quello sensibile.
Avvicinare il concepimento alla fisica percezione, eccioè.
Ed in fotografia cosa accade, in proposito?
Che le diapositive proiettate elargiscono qualcosa dell’effetto di un View Master, o dei summentovati libri con statuine incorporate.
Che guardare dentro il mirino a pozzetto di una Rolleiflex è un poco così.
Che certe lenti Leica e Zeiss echeggiano quella deliziosa separazione dei piani.
Separazione?
Ecco, no.
Superamento, eppiuttosto.
Ed il desiderio – ecco, ci siamo arrivati – è quello di un trompe l’oeil: ingannando, superare.
Virtuoso inganno, epperò: il muro non è finito, se proseguite incontrerete il cielo (non fatelo davvero: siate seguaci di Newton per non procurarVi bernoccoli).
E virtuoso inganno che non è neanche un inganno: in natura quelle cose sussistono a diverse distanze, eddunque ben vengano quegli strani libri e quello strano visore.
Per superare la bidimensionale costrizione della rappresentazione.
Non ditelo ai possessori di telefonini (o dell’indecente iconografica piattezza), Ve ne prego.
E per toccare, toccare.
Avere tutto, intridersene, essere tutto.
Tutto, e tutt’uno.
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Claudio Trezzani
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