I livelli di congruità

Cosa vuol dire “congruente”? C’è persino un significato teologico, e uno matematico.

Ma viene dal latino “con-gruere”, “incontrarsi”.

Sapete, oggi con il computer è facile manipolare le fotografie, assai agevole “fare incontrare” cose distanti tra loro. Distanti nello spazio, nel tempo, nell’uso.

Ma – non esistessero nè il computer nè le doppie esposizioni che si potevano fare anche prima – si possono fare incontrare cose lontane semplicemente abbinandole dal vivo e così fotografandole.

Prendiamo ora un papillon. È fatto per essere appeso ad un collo umano, dicono i fabbricanti. In psicologia una congruenza a livello percettivo si ha quando da una molteplicità irrelata si approda ad una unità, attraverso fattori quali la prossimità spaziale e la somiglianza. Ecco, abbiamo preso un papillon realizzato chissà dove e portato vicino all’indossante.

Punto primo, soddisfatto. La somiglianza?

Be’, un papillon è un pezzo di tela mentre un umano è un agglomerato di carne ed ossa… allora perché i fabbricanti dicono che il primo va messo sul secondo?

Per operare un incontro simbolico: il papillon non condivide con la maggioranza degli indumenti una funzione termica, non ripara abbastanza. Purtuttavia esso assolve una funzione ornamentale correlata a talune evenienze. Occasioni mondane e concerti.

Ci aggiungiamo una chitarra ed ecco che il matrimonio è compiuto: alto è il livello di congruità, poiché i vari elementi convergono verso un ambito di mutua assistenza finalizzata ad una contingente espressione. Si, sto parlando della prima fotografia a corredo di questo brano.

La seconda, ora.

Qui cascherebbe l’asino: il papillon è sempre sul collo dell’umano, ma non è più abbinata al corredo indumentale cui prassi consolidata ne sancisce interconnessione. Viene pertanto meno il fattore convenzionale. E quello sostanziale? Be’, ogni cosa lo è.

Ogni cosa è assertiva per il fatto stesso di esistere. Qui, poi, abbiamo un disvelamento altrimenti inaccessibile: aperto, il papillon si mostra appartenere alla qualità degenere di quelli preannodati, vero orrore per i puristi.

La fotografia smaschera un certo tasso di inganno: il papillon sarebbe potuto essere del più pregiato tipo da annodare, invece questa immagine è sincera per quanto non cela il retroscena.

Infine, la terza fotografia. Come anticipato, non stiamo esaminando fotomontaggi: l’aver collocato il papillon sul collo di una bottiglietta di profumo è il frutto di una geniale idea di un pubblicitario. Che idea?

Quella di usar metafora: se il profumo ha il papillon, è adatto ad occasioni formali. Od anche: è elegante.

Siamo sempre lì: la fotografia può veicolare astrazioni.

Lo può fare cogliendo situazioni esistenti oppure manipolando lo scenario. In precedenti articoli indagavo la valenza dell’intenzione, il suo rapporto con l’intervento, la sua mediazione rispetto al risultato.

In tutti i casi, la fotografia, fissando, sintetizza.

E così, unicizza efficacemente sottraendo al divenire.

 

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Claudio Trezzani

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