I gradi dell’evasione

Le chiama evasioni, Stefano Barattini.

Mi trova consonante.

E vi infonde gradi, come i pioli della scala che vedete.

L’uomo che erompe dalla murale breccia – nell’altra fotografia a corredo di questo brano – è il primo grado.

Erompe nonostante la lontananza: è la tensione endogena alla figura e la potente collocazione a sortire l’effetto.

Ma non è questa la cifra dell’evasione.

Se evasione è cifra alternativa all’oggettività rappresentata – qui, lo è – questo è il primo livello.

Perché nessuna azione scenica è aggiunta.

Lo scenario è quello, l’uomo parla per pura giustapposizione.

Con la scala, saliamo al secondo stadio.

È una graffiante zampata, quella scala lì.

Ancora, non si è intervenuti sull’ambiente.

Ma la suggestione principia con la deliziosa incongruità della valigetta.

Poi, il volo.

Letteralmente, e sulla letteralità.

Perché sulla palese leggibilità del sembiante s’innesta la metafora.

La scala è ponte, la zampata ha sferzato una idea su ciò che giaceva in guisa d’apparente immotità.

Sì è infuso pensiero con una azione che colora la muta evidenza.

Poi, il sogno.

Il nitido onirismo di Armando Montella.

Ci mostra un visibile agognato.

Reale perché visibile.

Agognato in quanto sentito.

Fotografare.

Si connettono punti, implanari spessori.

Il dentro dialoga con il fuori.

Il visibile dolcemente si piega al desiderio, senza tradire.

 

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Claudio Trezzani

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