Gli stadi dell’involontarietà

Sostare a lungo sopra un cumulo di rifiuti e risultarne estasiati.

Lo ha fatto il mio drone.

Con me consenziente e compartecipe, beninteso.

Intensamente compartecipe.

Perchè questa è cosa per Stendhal, ed il suo noto rapimento.

A margine dell’incantamento, purtuttavia, è possibile analizzare.

Su di un tetto d’edificio commerciale, condotti aerativi.

Ancora compostezza, qui.

E già involontarietà.

Sì, già involontarietà.

Involontarietà dell’esito estetico.

Ciò in quanto quei manufatti sono lì per adempiere uno scopo funzionale, non per essere ammirati nella loro forma esteriore.

Il fatto che possano essere goduti scultoreamente è un effetto collaterale non primigeniamente concepito.

Ora l’esplosione, epperò.

Un esponenziale incremento d’involontarietà che conduce ad una esplosione espressiva.

Perchè materiale di scarto è gettato con una intenzione indifferenziata che genera differenza.

Intenzione indifferenziata che genera differenza?

Sì, perchè la volontà è buttare tutto dentro (cerchioni in vano) o tutto a terra (laminati) con l’unico proposito di raccogliere.

Ma ogni lancio segue una traiettoria casuale, la mano noncurante della posizione che l’elemento verrà ad assumere nell’insieme.

Nasce da qui la meraviglia.

Avevo già trattato del tasso d’alea in arte, qui il concetto è vividamente epitomizzato.

La disposizione dei cerchioni genera un tripudio di forme, direzioni, chiaroscuri.

Il conglomerato di laminati pare da orizzontale farsi verticale, quasi fervorosa preghiera indirizzata al cielo.

Ecco, la fotografia: liberarsi dai lacci della letteralità con gioioso ed imperioso scatto.

 

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Claudio Trezzani

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