Gli ingredienti

Vi sono colleghi specialisti di still life che fanno meraviglie.

Posseggono una tecnica di ripresa sofisticatissima che pongono al servizio di autentici prodigi di perizia artigianale.

Detengono una profonda conoscenza nell’impiego di illuminazione, materiali, regolazioni.

Per una singola loro fotografia ci può volere un giorno intero, durante il quale si avvicendano all’opera collaboratori ciascuno incaricato di un aspetto della composizione.

In tutto ciò l’accento è posto sull’azione.

È grazie all’azione umana che il risultato finale può concretizzarsi, realizzando immagini possibili solo grazie ad un notevole bagaglio di conoscenza applicata (ciò che gli anglosassoni con efficace sintesi denominano “know how”).

Azione, ribadisco.

Senza la sapienza del fotografo questi esiti non sarebbero conseguibili.

Non discendono dall’inerte presenza degli oggetti, intendo.

Cosa accade invece quando si fa unico affidamento sulla intrinseca staticità dell’inanimato?

Tema interessante, questo qui.

Perché è fenomeno rimarchevole in Fotografia poter imprimere alle immagini una impronta altra rispetto a quella letterale, pur senza mediare il visibile con artifizi.

Ciò si deve in egual misura alla formidabile arma costituita dall’inquadratura e alla catalizzazione evocativa che è possibile generare nel fruitore dell’immagine.

Qualcosa che nella sua interezza non presenta il fianco ad equivoci – ciò che più conta: non stimola viraggi interpretativi – se presentato in meditata parzialità può farsi luogo della metafora.

E dalla metafora all’astrazione.

Cioè al prosciugamento, alla virtuosa riduzione a segno.

Quali sono gli ingredienti presenti nelle quattro fotografie a corredo di questo brano?

Una bottiglia riempita d’acqua con dentro una scorza d’arancia.

Null’altro.

Soprattutto, nessuna mediazione dinamica del ritrattore.

Nessuna malizia, nessuna elaborazione.

La luce non viene governata, nessuna azione viene intrapresa.

Tranne una azione statica, se mi concedete l’ossimoro.

Fermarsi, riflettere, inquadrare, scattare.

Come la scorza è immersa, così noi ci tuffiamo nel mondo del possibile sordo al plausibile.

Sì, possibile sordo al plausibile.

La percezione è depurata dall’istanza funzionale.

Il dialogo si esplica infiltrato tra materia e mente.

La dimensione onirica pervade la sensazione.

Sì, la Fotografia è in grado di far emergere quello stato di semiconscietà che s’annida nel sonno.

Metafora incarnata, quello il luogo.

 

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Claudio Trezzani

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