Giulio Cesare, Edo Prando & i sottoinsiemi

L’eccellente fotografo e giornalista Edo Prando una volta menzionò (sul mensile Fotocult) i Commentarii di Cesare, per significare che – in fotografia come in qualsiasi altro ambito – talvolta le cose sono così chiare, lapidarie, cartesiane che non abbisognano d’altro che di poche, semplici, assertive parole. Nel caso dei ritratti colti nella fotografia di strada tale assioma si può declinare in un: “se travisi il viso, perdi tutto”.

Stante l’attuale normativa circa il concetto – spesso malinteso – di privatezza, mi tocca in sorte rinunciare a trarre dal mio archivio innumerevoli anonimi protagonisti di palpitante umanità, scegliendo una fotografia i cui soggetti si trovino in una situazione che possa essere definita pubblica oltre ogni ragionevole dubbio, secondo una definizione che dalla legislazione anglosassone è trasmigrata anche in quella nostrana.

Altrimenti, avrei dovuto travisare i visi, perdendo – per l’appunto – tutto. Abbiamo così – nell’immagine a corredo di questo brano – un soggetto centrale fatto oggetto di focheggiatura selettiva (con il Nikon 300 mm f2,8 la cui resa non esito a definire raffaellita) contornato da due ulteriori persone la cui espressione è ancora leggibile. A parlare è l’umanità che esprimono, ed in quest’ottica l’analisi potrebbe concludersi qui.

Supponiamo però di travisarli, questi visi. Avremo perduto tutto e l’incantesimo si sarà frantumato. Se però ci peritassimo mettere insieme i cocci? La fotografia diverrebbe un insieme di forme e colori. Plastici a cagione del sinuoso drappeggio, della reciproca relazione di movimento e collocazione, della qualità del bokeh. Concentrandoci su ciò, spiccherebbero con indesiderata violenza delle incongruenti sbavature: il segmento bianco di colletto posto sul margine destro dell’inquadratura, l’oggetto semicircolare sfuocato che fa capolino in basso verso destra, ed altro ancora. Nell’economia generale dell’immagine, questi elementi andrebbero a detrimento di una armoniosa distribuzione dei pesi. Togliamo ora ai visi il velo che avevamo temporaneamente immaginato di apporre: spiccano ancora questi fattori disequilibranti?

È giunto il momento di eliminare nel verbo anche il condizionale per approdare all’indicativo: si, questi fattori svolgono comunque il loro ruolo negativo, a visi travisati oppure no. È la conseguenza indesiderata di dover “prendere quello che c’è” nella fotografia di strada che insegue l’attimo: i valori come le scorie. Abbiamo così dei sottoinsiemi che fluttuano nella nostra mente, in attesa che attribuiamo loro ruolo, interazione, priorità. Quanto lede l’afflato di un viso un disordinato contorno?

Quanto una forma disturba una attitudine psicologica palesata? Quanto un particolare può indurre ad influire – variando l’inquadratura – sull’impianto generale? E poi, all’infinito: è soddisfacente la posizione – reciproca  e totale – dei soggetti o piuttosto si incorre in debolezze compositive o depotenziamenti lessicali? I piani di lettura non possono non intersecarsi, altrimenti non si tratterebbe di un reperto visuale bensì di una impressione trattenuta: la sacrosanta prevalenza di una dimensione emozionale non elide nè del tutto elude stonature in agguato nella partitura.

È insomma una questione del tasso di accettazione del non voluto che si è disposti ad accettare, di quanto una forza motoria intraveduta sia in grado di travolgere una secondaria inappropriatezza. Al di fuori del domestico controllo di uno studio fotografico, molto sfugge alla volontà del fotografo. La fissazione del momento – dell’inimitabile tesoro di spontaneità – travalica una pletora di minuzie, ma non appaga ogni istanza, non pone al riparo di una puntuale individuazione di – seppur minori – inadeguatezze. In questa temperie l’unica assoluzione che è lecito impartire al fotografo è l’aver scelto una persona, averla resa protagonista assoluta di un brandello di tempo e di spazio.

È drammaticamente ingiusto e doloroso che Michelangelo non sia più tra noi: ogni persona al mondo, in modo peculiarmente unico, merita la Cappella Sistina.

 

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