Gerardo, il fiore & la lavorabilità

Gerardo, il fiore & la lavorabilità.

Pare il titolo di un film di Sergio Leone, ed invece è una breve disanima di un aspetto tecnico, tra fotografia e videografia.

Gerardo è l’eccellente Bonomo, praeclaro ed a Voi bennoto.

Traendo spunto dal fatto che mi ha significato un paragone tra fotografia e pittura (un paragone colto – participio presente – e colto, anche aggettivo) a proposito di una mia immagine fissa, sono certo che il Capelluto e

Cappellato (panama, borsalino, quegli articoli lì) non l’avrebbe detto se avesse esaminato anche la declinazione videografica della stessa sessione.

Il punto focale della faccenda è che fotografia e film – sullo stesso soggetto in sequenza temporalmente consecutiva – sono stati realizzati con la stessa camera.

Montata su drone, abbina un obiettivo grandangolare ad un sensore dalle dimensioni ancora esigue ma non indecentemente lillipuziane (un pollice).

La fotografia è stata scattata in raw, con il tasso di lavorabilità che ne consegue.

La vedete allegata a questo brano, mentre la sequenza video…

Ecco, quella non la vedete.

Non la vedete perché non l’ho messa qui, sebbene l’abbia fatta e postprodotta.

E non l’ho messa qui perché mi vergogno.

Mica per me, me poverino.

Io ho sfruttato i migliori strumenti attingibili, e ve ne sono di particolarmente validi.

Talvolta uso Final Cut, che brilla per bontà degli algoritmi, anche se non è del tutto professionale quanto ad ampiezza degli interventi possibili.

Talaltra m’avvalgo di Premiere Pro, che trovo il miglior programma in sede esportativa, sia per interpretazione del flusso che per calibrazione di fino dei suoi parametri.

Talaltra ancora Da Vinci Resolve, come in questo caso.

Molto gratificante lavorare per nodi – e nella presente circostanza ne ho aggiunti numerosi –  in modo di avere il massimo controllo su ciascuna regolazione, anche mascherata o parzialmente opacizzata.

Poi, prima di portare fuori il file, m’assicuro che il software tenga conto del maggior bitrate espresso dal girato, che faccia plurime passate di lettura, che non sia spuntata una opzione che favorisce la rapidità del rendering, che codec e risoluzione coincidano con quelli nativi in macchina.

E in macchina tutto era stato predisposto (massima risoluzione e bit rate, H265, .MOV) il modo da trarre il meglio da ciò che il dispositivo consente.

Risultato, una schifezza.

Una schifezza rispetto a ciò che la stessa camera ha potuto fare sullo stesso soggetto e nello stesso tempo in modalità fotografica.

Sapete, non è possibile cavare sangue dalle rape.

Ed a parità di condizione ortaggica (rape, cavoli, sempre alla famiglia delle Brassicaceae appartengono) il risultato dipende dal trattamento.

No, non dal trattamento mio.

Dal trattamento statico (fotografia) o dinamico (filmato) che si era chiesto alla macchina.

Conoscete i pregi del formato grezzo rispetto alla compressione .jpg.

Ebbene, in videografia lo iato è ben più profondo, con sfumature di dramma.

Oh, non mancano le ragioni: spazio di archiviazione entro la macchina, di archiviazione fuori dalla macchina, potenza del processore dentro la macchina, potenza del processore fuori dalla macchina.

Solo ad altissimo livello si comincia a ragionare, ma può capitare Vi chiedano mille euro semplicemente per il supporto mobile di registrazione (registrazione archiviante – dentro, non attaccata – non sto parlando di un Atomos Ninja), e altri mille per sbloccare un codec virtuoso.

Insomma, al di sotto di un flusso dati di 1 GB per ogni secondo  (scrittura su scheda, non prestazione internettiana) non è cosa da Veri Uomini e Vere Donne, appartenendo piuttosto alle desolanti regioni del vorrei ma non posso.

Oso chiederVi di rammentarlo, la prossima volta che leggerete mirabilia su profili flat  e magari a 10 bit, purchessia.

 

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Claudio Trezzani

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