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Fuorviante edonismo

Aria di lago.

E profumo d’emulsione.

Sì, i più dannunziani tra gli intenditori le annusano anche, le pellicole.

Ancora vergini, beninteso.

La Fuji Velvia – abbia gradazione ASA 50 oppure 100 – non sfugge alla prassi.

Ma vi è un pericolo, in ciò.

Qualcuno considera edonismo ed epucureismo sinonimi.

Mica vero.

Se per estensione i due significati sono finiti per coincidere, le due dottrine filosofiche poggiano originariamente su differenti presupposti.
“ἡδονή” in greco significa piacere.

Quello stesso che i più dannunziani tra i fotografi – come scrivevo – provano quando annusano una pellicola

Velvia.

E quando rimirano il risultato, la diapositiva.

Qui cominciano i guai, anzi prima.

Lago di Como, Bellagio.

Una Rolliflex caricata con l’oggetto del desiderio; una aiuola.

Lago di Lugano, una reflex con attaccato un macro e dentro sempre la Velvia.

SÌ, le tre fotografie a corredo di questo brano.

Tutte e tre banali, tutte e tre mie, ciascuna insignificante.

Sapete, gli anglosassoni – solo in questo hanno ereditato dai latini la lapidarietà – hanno coniato una riuscita espressione.

“Straight out of the camera”, dicono.

Intendono: una fotografia che è già pronta per come è stata scattata, senza successive modifiche.

Ma non sempre la cosa è da augurarsi.

Non lo è se dietro il mirino c’è un edonista.

Edonista, non seguace di Epicuro.

Tra poco vedremo chi dei due ha ragione.

Le tre fotografie allegate a questo articolo sono banali ed insignificanti perché non vi è ricerca attorno ad esse, né tentativo di caratterizzare.

Quella con la Rolleiflex serba il rapporto originale tra i lati, mentre le altre due sono state postproduzionalmente condotte ad una ratio di 1:1.

Anche con quest’ultimo accorgimento, non si elevano di un centimetro rispetto alla scontata istanza documentaria.

L’edonista dietro il mirino invece sì che si eleva, eccome.

Egli beneficia di una imponente erezione, come diceva Ugo Tognazzi nella trasposizione cinematografica del mirabile romanzo di Piero Chiara “La stanza del vescovo” (e siamo sempre in ambito lacustre).

Si trova in siffatta postura, l’edonista dietro il mirino, poiché – anche dopo, quando deliba la diapositiva, gli basterà farlo sorreggendo il telaietto, prima ancora di introdurla nel proiettore – a lui basta godere della miracolosa alchimia di colore e brillantezza che è propria della summentovata celebrata e emulsione.

È come un uomo che si ferma alla quinta misura di reggiseno, senza prospettive … escatologiche (nuziali).

Cosa si perde, così?

Il linguaggio.

Non si pensava più al contenuto, ma solo all’involucro.

All’accidente, non alla sostanza, per … sostare ancora in ambito filosofico.

È un prezzo alto da pagare, questo qui.

Hai voluto annusare?

Ora ti tocca il risultato inconcludente.

Una fotografia fatta per accarezzare l’epidermide, non per conferire significato.

Dunque, edonista o epicureo?

Epicureo, senza fallo.

Un fotografo deve essere seguace del maestro di Samo anziché adoratore della figlia di Eros e Psiche perché la passione ci vuole, ma non lì.

Non lì nell’epidermide, a scandagliare null’altro che la superficie.

No, in questo deve essere epicureo.

Non deve subire un sensoriale ottundimento.

Sensi vivi, ma non al di sotto della cintura.

Per far sì che ancora una volta il prodigio accada.

Che, nell’immagine, una metafora s’incarni.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/account/artworks/874534

 

 

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