Freddo, nebbia, neve, pioggia, vento

Freddo, nebbia, neve, pioggia, vento.

Agenti atmosferici contro droni.

Sparsamente in Rete si trovano indicazioni al riguardo, dunque appare proficuo procedere ordinatamente.
Freddo.

Certo il Maresciallo Ney – quando scrisse a Napoleone dalla Russia – avrebbe citato questo elemento come la più potente arma nella faretra del Generale Inverno.

Le Case costruttrici dei droni sono lapidarie, al riguardo.

La maggior parte dei modelli è dichiarato in grado di sopportare temperature non inferiori allo zero espresso in gradi centigradi.

Dji Mavic 2 e 3 sono invece indicati compatibili per – 10°; Inspire 2 per -20°.

Come conoscere la temperatura esatta in cui si troverà ad operare un drone?

Purtroppo, l’unico modo sarebbe disporre di un misuratore a bordo del velivolo, ed anche così il raggiungimento di una area critica sarebbe segnalato solo a posteriori, non del tutto dissimilmente da come si comporta un ecoscandaglio in barca.

Tuttavia, esistono app sufficientemente affidabili, che recano anche indicazioni differenziate a seconda dell’altitudine, sempre tenendo presente che non possono “fotografare l’attimo corrente”.

E nella pratica?

Fortunatamente, le indicazioni dei fabbricanti si rivelano alquanto “conservative”.

Attendete prima d’esultare, epperò.

Ciò in quanto è parimenti necessario che le batterie siano in ottime condizioni, e ciò lo si rileva tra l’altro se la differenza di voltaggio tra celle non supera le 2/3 unità.

E’ altresì consigliabile che la temperatura delle batterie al decollo non sia inferiore ai 20°, ed anche così conviene in questa fase agire con gradualità sui controlli di movimento, ed impostare la modalità di volo meno dinamica.

Nebbia.

Può essere peggio dell’acqua, anche perchè, acqua, è.

A me è capitato che le goccioline in sospensione – oltre a finemente imperlare il mezzo – temporaneamente inibissero alcune funzioni di comando, anche basilari.

Ciò ovviamente fa il paio con la diminuzione di visibilità ai fini evitatori, quanto a rischi occorsi.

Neve.

Staticamente intesa, afferisce all’atterraggio.

Meglio – in mancanza di una superficie segnalatoria – far scendere il drone sulla propria mano, lo si può fare persino con un Dji Inspire.

Vantaggio collaterale: non si sottopone la struttura a traumi da brusco contatto.

Dinamicamente intesa, la neve in precipitazione – anche se preventivamente evitata – può sopraggiungere durante il volo e ciò determina una situazione da “terno al lotto”.

Pioggia.

Come con la neve, ma con un maggior fattore di rischio rappresentato dalla maggior percussività ed “insinuabilità”.

Vento.

Eolo è altrettanto nemico dei droni rispetto al Generale Inverno.

Molto importante tener conto delle raffiche:
esse possono superare di molto il valore d’intensità rispetto all’erogazione semicostante.

E ciò può accadere in maniera imprevedibile.

A me è accaduto – a fronte di una situazione che appariva severa ma non del tutto proibitiva – che una improvvisa raffica è riuscita a spostare il drone ancora a terra prima del decollo.

Anche la direzione del vento è importante: sia onde progettare un ritorno in suo favore (il dispositivo di calcolo dell’autonomia residua non è in grado di stabilire presunzioni di futura sfavorevolità), sia perché potrebbe non consentire una evoluzione – dunque, un filmato – alla velocità preventivata.

E se un parametro di sopportabilità discriminante appare il peso – e per un fattore di contrastabilità, la potenza dei motori – non del tutto ininfluente è pure il coefficiente di forma, che può determinare una qualche differenza di resistenza tra droni altrimenti assimilabili.

Le insidie sono pertanto numerose.

E variegate.

La casistica, pressoché infinita.

Personalmente macino percorrenze in aria degne di un viaggiatore di commercio.

Eppure, ogni volta la sorpresa è dietro ogni …nuvola.

 

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Claudio Trezzani

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