Fotografia, Veronelli, cibo

La faccenda è sempre quella: chi critica una cosa risulta autorevole se la sa fare egli stesso.

Gli orchestrali tendono a stimare di più un direttore se dimostra di conoscere i meccanismi interni di ogni strumento, e così via.

Per ciò che attiene il cibo, Vi posso svelare un retroscena:

Luigi Veronelli cucinava.

Lo so perchè un mio cugino di Bergamo, da piccolo, andava a giocare a casa Veronelli, essendo compagno di classe del figlio.

Ebbene, ogni volta trovava Luigi alle prese con i fornelli.

Dunque Luigi non era solo il sublime scrittore di cibo che conosciamo: lo sapeva anche trattare.

E i fotografi, come si situano in questa situazione?

No, non pretendo che sappiano cucinare come acclamati cuochi.

Quello lasciamolo pure a questi novelli dittatori delle scene televisive, che giocano sulla remissività dei loro interlocutori.

Piuttosto vi sono fini sensibilità tra gli specialisti di questo genere.

Quale genere?

No, non lo appello food.

Nel caso dello still life – e il cibo può ben essere still life – la locuzione inglese trovo appropriata e felice.

Per il cibo, no.

Non c’è bisogno di chiamarlo food, intendo.

Basta cibo, abbiamo questo lemma ad hoc.

Ed allora, ecco qua quattro pregevoli approcci interpretativi di fotografi che si accostano al cibo, interpretandolo.

Sì, interpretandolo.

Mark Sadlier, per esempio.

Trovo sommo il suo gusto cromatico, il modo in cui amalgama le tonalità degli ingredienti con quello dello sfondo e del piano d’appoggio.

Vi è dialogo, gusto anche non palatale, armonia.

E la disposizione, e la scelta.

www.zestphotocollective.com, poi.

Oltre alla fine realizzazione, l’allusione.

Martello perchè i funghi sono chiodini, presumo.

L’insieme cucinato – sì, la metafora ci conduce in medias res – con proprietà e sapienza di tono e luce.

Siamo approdati a Francesco Tonelli, ora.

Purezza.

La neritudine, non stornando, esalta.

La luce induce all’assaggio, anzi al morso.

No, non cedo all’ovvietà: non dirò che vien voglia di mangiarlo, il frutto, nonostante la sensazione indotta sia proprio quella.

Non lo dico perchè c’è di più, qui.

Vi è una pulsione all’astratto che asciugando icasticizza.

Daniel Krieger, infine.

Un capolavoro di composizione, reputo.

La sedia, ah, quella sedia.

Trasuda carne, la spalliera dello schienale.

Fa anelare d’essere addentata non meno che il pesce a destra.

E l’equilibrio, e la mirabile tonalità dello sfondo.

Ecco, la Fotografia di cibo.

Interpretazioni.

Il fuoco sul singolo elemento, o una contrappuntata interazione.

Lingua che parla, oltre poter assaporare.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/claudiotrezzani

 

 

 

 

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