Fotografia tra musica e metafora.

Nel precedente articolo (“Il giocattolo rotto“) avevo introdotto l’analogia – giusto una similitudine, non una sovrapposizione – tra il desiderio di un bambino di esplorare l’interno di un suo balocco e l’ineluttabile – benvenuta od indesiderata – consapevolezza acquisita dall’ascoltatore quando diviene musicista.

C’è un motto che taluni attribuiscono a Louis Armstrong.

Recita: if you have to ask about jazz is, you’ll never know.

Voltiamo pagina, anche se in realtà non lo stiamo facendo.

Mare, onde, vento. Al largo una banderuola di segnalazione, ancora più lontano una piattaforma. Lungo tempo d’otturazione, si vuole rendere setosa la superficie liquida acciocché divenga uno spazio neutrale che per converso faccia risaltare banderuola e piattaforma. L’espediente riesce per la seconda, non per la prima: diversamente dalla piattaforma, la banderuola ondeggia.

Occorre allora sveltire l’esposizione per catturarla immobile, ma in questo modo si resuscita la non voluta increspatura del mare. Come riciclare la prima immagine, quella caratterizzata dal mosso selettivo?

Ricorrere ad una metafora. Io sono come la banderuola, o quasi. Saldo alla radice ma fuscello in balìa degli irosi marosi della vita. Che è il mare, con la piattaforma a configurare lo zatteresco ancoraggio di idee o persone. Cosa ne ricaviamo?

Che la fotografia è uno strumento potentissimo, in grado di sbalzare un concetto astratto con una poderosa raffigurazione. Ma possiamo a nche osservare: bella forza… è una cosa che hai pensato dopo, frutto avvelenato di un incidente di percorso. Eh, si.

Ma individuare il Re come nudo non toglie valore alla potenzialità linguistica del mezzo.

Il jazz e la suesposta massima. È vero che se devi chiedere che cos’è non lo saprai mai?

Qui occorre distinguere.

Dal punto di vista strutturale – in una precedente fase della mia vita sono stato musicista sia jazz che classico – l’improvvisazione negli assoli è assai meno spontanea – nel senso di caratterizzata da un elevato tasso di alea –  di quanto credono i profani. Il bravo musicista jazz è ferratissimo in armonia, sa in ogni battuta ciò che sta accadendo sotto questo aspetto ad opera dei suoi accompagnatori, e la linea che va formando non prescinde da una profonda conoscenza di stilemi e frasi idiomatiche. In questo senso, c’è molto da sapere su ciò che è. Poi però emerge la sintesi.

Che si nutre di pathos, colore, vibrazione, afflato. La cosa è rivestita di cose, l’insieme genera personalità.

Così anche in fotografia: si può discettare per ore, sviscerare e vivisezionare. Molto passa per la testa del fotografo “di linguaggio” (fine art ma non solo).

Prima dello scatto, durante, dopo.

Ma è la sintesi – il compendio delle scelte operate – a contare. E di fronte a ciò è possibile sì affinare i mezzi cognitivi, ma la sensibilità non può essere eteroindotta a forza.

Avete mai sentito in qualche forum fotografico l’espressione “non (mi) comunica niente”?

Certamente sì, immagino molte volte. Ecco: se una immagine colpisce una persona ed un’altra no, è l’attitudine di quest’ultima a risultare passibile di indagine.

Il lavorio non garantisce il risultato, ma è condicio sine qua non. E sopra d’esso, quando sboccia, veleggia la poesia.

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Claudio Trezzani

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