Fotografia & suspension of disbelief

Prendo un libro in biblioteca.

Nel porgerlo all’incaricata osservo di temere dozzinalità nel contenuto, vista la chiassosità della copertina.

La gentile bibliotecaria nomina un coltello.

Io non l’avevo visto.

Eppure è lì, d’abbacinante evidenza.

Cosa era successo?

Avevo scambiato un pieno per un vuoto.

Lo sbalzato giallore come fessura, anziché manufatto.

Ribaltamento per specularità.

Altre pagine.

Il protagonista asserisce figurarsi montagnose creste quali assente neritudine sotto incombenti denti.

Il processo mentale è lo stesso.

Inversa polarità tra positivo e negativo.

Sapete, la nozione di pareidolia sta penetrando nel mondo fotografico.

Da παρά – vicino – ed εἴδωλον, immagine.

Traslazione interpretativa, ed insomma.

Sovente la si associa alla tendenza di antropomorfizzare forme naturali.

Ma esistono stadi intermedi.

Condizioni percettive in cui l’abdicazione alla letteralità è selettiva.

Esaminiamo, se v’aggrada, la fotografia a corredo di questo brano.

Il drone riprende zenitalmente il tetto di un edificio.

Che direzione psicologica prenderà il nostro sguardo?

Da dettagli di costruzione riconosciamo la prospettiva, i materiali, il cavo.

Tosto epperò ce ne scordiamo.

Ora l’immagine è verticale.

E bidimensionale, a dispetto della inferiore allusione ad arcuazione.

Il cavo non è più un utensile alimentatorio.

È divenuto il fulcro della composizione.

Poderosa corda, spazza e governa.

Si sbarazza di incursioni materiche ed effonde vigoroso grafismo.

Esprime monocromia, ma senza traumi si tuffa in vivide tonalità.

Siamo sempre lì.

Pareidolia, platoniche caverne, suspension of disbelief: la Fotografia è il luogo ove la metafora s’incarna.

 

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Claudio Trezzani

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