Fotografia, reificazione, nichilismo

Uno dei concetti su cui il filosofo Galimberti insiste maggiormente durante le sue conferenze è quello della propensione nichilista della moda. Egli intende significare: assumendo il nichilismo quale tendenza a ridurre al nulla nel più breve tempo possibile, la moda lo fa imponendo modelli che rapidamente distrugge determinandone di successivi e sostitutivi.

La trattazione potrebbe qui ramificarsi ma esplicherebbe una spinta centrifuga. È dunque preferibile rimanere nell’ambito originario accennato in questo brano, il che mi fornisce lo spunto per menzionare un altro effetto che ravviso non secondario – e non scollegato da quanto prima descritto – nella moda: quello della reificazione, nella sua accezione di riduzione ad oggetto.

L’eccellente fotografo Gastel – che conosciamo autore di scatti assai pregevoli – si è trovato ad affermare di considerare prerequisito, nella donna da fotografare, una determinata forma della mano. Individuato il soggetto recante la summentovata caratteristica morfologica, si tratterà di inscrivere l’insieme di parti anatomiche (mano, bocca, naso, et cetera) in un vestito.

Sarà poi cura – mi riferisco a prassi comunemente invalsa, non alla peculiarità di un singolo fotografo – del truccatore, del tecnico delle luci, del postproduttore digitale stemperare od annullare la percezione di tridimensionalità (si badi, metaforicamente: stiamo parlando di “spessore”) con una estenuata opera di levigazione. Otterremo così un isolato fluttuare delle summenzionate parti anatomiche – disarticolate nella loro attiva interazione – all’interno della composizione tessile. Cose accostate a cose. Un perfetto esempio di reificazione. E di prostituzione.

Sembrerà azzardata la definizione, si impone una spiegazione. Prostituzione quale asservimento a cosa altra, è questo il cardine del concetto. Per ulteriormente sgombrare il campo da equivoci, citerò un ambito che – pur non essendolo – pare distante. Quando, studente adolescente di chitarra classica, mi si chiese di suonare nelle …chiese, recisamente rifiutai. Accettare avrebbe delineato un perfetto caso di prostituzione: abdicare alla finitezza tecnica e stilistica che stavo acquisendo, per grattare il formaggio (percuotere scomposta mente cacofoniche corde metalliche).

E soprattutto, asservire l’espressione musicale a cosa altra. Altro caso, stesso concetto. La così appellata fotografia etica: ammiro fotografie eccellenti in cui però si registra un asservimento a cosa altra. E questa cosa altra non è immune da rischi, questi si, genuinamente etici: la difficoltà, sinanco l’impossibilità, di contemperare opposti. Da una parte abbiamo la strategia di sensibilizzare i più su di un problema umanitario, ma dall’altra la lesione della dignità della persona adoperata per illustrare questo stesso problema, laddove ritratta in una situazione di acuta sofferenza.

Torniamo ora alla modella reificata nella moda. Dopo la proteiforme opera di levigazione, il processo è compiuto: le parti anatomiche divengono fluttuanti elementi di un quadro surrealista, la modella da soggetto diviene oggetto. Lo diviene perché deprivata di umana palpitazione. Le viene sottratta la preziosa individualità, la personale espressività, la peculiare unicità della volontà. Pensiamo ora ad una fotografia di nudo in cui la figura sia al centro dell’attenzione. Liberiamoci da steccati eretti tra asseriti intenti e/o esiti artistici piuttosto che erotici, o pornografici. A cosa assisteremo?

A una qualificante autoespressività contrapposta ad amorfia. La sonante dignità di un corpo esibito per suscitare emozioni in luogo di un amorfo, algido, deprivato di umanità insieme di parti anatomiche annegate in un disegno funzionale. Registriamo così un asservimento a cosa altra che degenera nella reificazione, nella rinnegazione di umana identità.

Associare arte (fotografia) ad etica è operazione per certi versi peregrina. Purtuttavia, esistono dinamiche – o passività – relazionali su cui può giovare interrogarsi.

 

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Claudio Trezzani

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