Fotografia, Gianni Brera, desiderio

Autostrade.

Si sa quel che succede: utilissime per raggiungere la meta – se la meta è la meta – ma avulse dal territorio che attraversano.

Ma anche fuor dal nastro a pedaggio – cioè dentro, dentro il territorio – non sempre si può.

Non sempre si può penetrarlo davvero, il territorio.

Basta che una casa sia davanti a una cosa, e quella cosa non la si vedrà mai, se proprio non si decide di deviare dal percorso abituale e ricorrente.

Del resto, perché deviare proprio lì e non altrove?

Ponti su fiumi.

Si direbbe: che ariosità, che vista.

Ma ci sono le sponde.

Quelle sotto, sul liquido letto, vanno bene.

Quelle sopra, sul ponte, vanno male.

Perché impediscono di vedere.

Gianni Brera vedeva, eccome.

E quel ponte lì, quel ponte vicino a casa sua natia, lo percorse tante volte, anche pregustando altra acqua, quella racchiusa in un bicchiere con dentro cereali malto lievito, che avrebbe delibato una volta raggiunta la sede della trasmissione televisiva, la sera.

Ma anche Gianni soffriva le sponde.

Certo, sapeva scendere per poi salire in parole.

E non vide droni, Gianni.

Peccato, perché avrebbe visto ciò che – lui fecondo, fecondissimo, e facondo – non immaginava.
Non poteva immaginare – il Gianni così ben ricantato dal suo biografo ufficiale Andrea Maietti, fine narratore anch’egli – che giù alla fluviali sponde c’era e c’è il finto magma.

Sì, il Finto Magma.

Lo vedete dalle fotografie a corredo di questo brano, le ha fatte lui, il drone.

Gianni lì poteva intridersi di ogni singolo granello, ma non poteva sapere che quella sabbia era ed è finto magma.

E’ tutta una faccenda di sinapsi.

Sì, sinapsi.

Sapete, guardando le summentovate immagini la prelibata Ivalda Palazzi mi scrisse:

“Sinapsi…”.

Ecco sì, sinapsi.

Per greca etimologia, συν + αττειν, con + toccare.

Sì, connettere, unire spostandosi.

I neuroni veicolano il desiderio, tra scienza e non.

Fotografare è muovere desiderio.

Desiderio di essere altrove, pur gratamente ristando.

 

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Claudio Trezzani

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