Fotografia ed Appercezione

Gli alieni conoscono le Categorie di Kant?

E sono in grado di addivenire ad una Appercezione di leibniziano conio?

Interrogativi che hanno piena attinenza con la Fotografia, anche se non sembra.

Immaginiamo uno sbarco interstellare.

Arrivano sulla Terra individui dotati di organi di senso simili ai nostri.

Essi hanno una intelligenza almeno pari a quella umana, ma codici differenti.

Sorvolano a bassa quota una higway statunitense.

Il loro primo esercizio di decifrazione è individuare motivi ricorrenti.

Non li chiamano ancora codici, si tratta  di una individuazione meramente sensibile, spoglia di analisi interpretativa.

Di cose che si ripetono – motivi ricorrenti, appunto – trovano bandiere a stelle e strisce.

Tuttavia, le espungono: si muovono al vento, dunque cambiano forma e direzione.

Si, in questa prima fase preferiscono evitare oggetti che presentano caratteri di variabilità.

Cosa rimane allora, di ricorrente?

I loghi di Mc Donald e della Shell.

Più sorvolano la higway, più ne trovano.

Issati su pali, illuminati.

Per loro è un puro grafismo (ma siamo cauti sul termine: pensiamo alla valenza matematica di certi disegni leonardiani).

Non sanno che l’uno rappresenta una conchiglia (d’altronde, mi hanno successivamente spiegato, essi non ne detengono sul loro pianeta), e che l’altro è…

Ecco il punto, non lo sappiamo neppure noi, cosa significa il logo di McDonald.

Sappiamo cosa designa – la presenza di un punto/vendita di una catena ristorativa – ma non vi è unanimità su cosa simboleggi.

Qui occorre distinguere tra intenzione e percezione.

Chi ha commissionato la realizzazione aveva una idea, il disegnatore un’altra. Non intendo antitetiche: il committente voleva esprimesse qualcosa, il pubblicitario ha dato forma ed ulteriormente precisato.

Precisato?

Il dare forma precisa perché fissa.

Dopo fatto – e sinché non si cambia – quello è.

Ma l’interpretazione è cosa altra.

Chi ha chiesto di fare e chi ha fatto potevano avere tutte le consumate malizie e le conoscenze psicologiche: facciamo in modo che pensino il logo come…, scegliamo quel colore perché…, disponiamolo in tal guisa perché così…

Certamente, in buona misura ci sono riusciti: molti si saranno riconosciuti nella veicolazione a monte progettata e desiderata.

Ma non è tutto: disegnando un logo hanno tracciato un percorso le cui coordinate sono imprevedibili.

A raggiera, corrono in ogni direzione.

Si moltiplicano per ciascun percettore visivo, e poi ancora variano con il mutare della condizione emotiva ed intellettuale del fruitore.

Prendendo in prestito da Barthes i termini, abbiamo un Operator (anzi, un Operator dell’Operator: da chi ha progettato il logo a chi l’ha fotografato) che non può più controllare del tutto la sua creatura, sottoposta ai “maltrattamenti” (li chiamo qui “dilatazioni semantiche”) dello Spectator, con uno Spectrum ogni volta mentalmente riscritto (se è vero che un oggetto è tale in quanto pensato).

Studium e Punctum ( stiamo sempre utilizzando lemmi impiegati da Barthes nel suo celebre saggio)?

L’Operator – il primo, quello del logo – voleva che ne scaturisse un Punctum (una emozione), ma quella che serviva a lui per vendere; il secondo Operator (il fotografo) ha una sua visione, ma non può interferire con quella dello Spectator (chi guarda): può solo suggerire. Ma di questo non risente nel suo ruolo autoriale: non era mosso da univocità d’intento (che invece era tale – il lucro -nel primo Operator). Quanto allo Studium (l’analisi razionale), al primo Operator interessa solo in funzione di pratica individuazione, mentre il secondo Operator e lo Spectator “vivono” di ciò che hanno messo in moto: il secondo Operator – no, la fotografia, che è il fermo immagine di un filmato, non è stata commissionata dall’azienda proprietaria del logo – del taglio che ha conferito all’immagine, lo Spectator – ciascuno Spectator a suo modo – della catena proustiana di rimandi che la sua mente ha elaborato. E del resto, McDonald nel corso del tempo ha fatto elaborare varianti in cui il logo – tramite diversi abbinamenti o mutate foggie – si proponeva suscitare diverse evocazioni.

Dunque, sì, anche gli alieni che ci hanno visitato hanno loro categorie kantiane, nella cui scala filtreranno ciò che hanno visto sorvolando la higway.

E ciascuno di loro approda a una sintesi personale (attribuiamo anche a loro l’azione variamente combinatoria del DNA) autochiarificativa, ad una Appercezione di leibniziana memoria.

Ed ecco emergere il ruolo di trasmutante incarnazione metaforica della Fotografia: quando guardiamo una immagine, siamo tutti alieni che sorvolano la higway.

 

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Claudio Trezzani

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