Fotografia ed antropomorfismo

Immaginare ciò che non è.

Vederlo con la mente.

Ricondurre queste nuove coordinate a ciò che è effettivamente – fisicamente – visibile.

Comunemente si ritiene questa facoltà esclusivo appannaggio di coloro che si reputa dotati di “fantasia”, quasi appartenessero ad una categoria percettiva differente.

Non è così, in realtà.

Una riprova ne è l’antropomorfismo, tendenza che ha sempre accompagnato l’umanità generalmente intesa.

L’etimologia greca del lemma ci riporta alla propensione ad attribuire forma umana a ciò che umano non è.

Non ho detto “alle cose” perchè questa attitudine mentale può volgersi in due diverse direzioni.

Oltre alle cose, infatti, l’attribuzione di sembianze può concernere anche la dimensione divina, come anticamente accadeva.

Qui però ci occupiamo delle cose.

Organiche, inorganiche, naturali, manufatte, non vi è diversità di approccio.

Il fenomeno non è circoscritto ad un ambito scientifico e/o patologico, come avviene nelle tavole di Rorschach utilizzate in psichiatria.

Pensiamo alle nuvole in cielo, assai comune è il gioco di vedervi sagome animali, così come in rocce o propaggini architettoniche.

L’esercizio dell’identificazione traslata – come intendo qui definirla – non raramente ha portato a ribattezzare determinati siti sulla scorta di impressioni condivise e convergenti attorno specifici canoni interpretativi, come la soggettività si dilatasse incamminandosi verso una sorta di oggettività per coincidenza di riscontro.

Questo processo può svolgersi anche dinamicamente.

Accade così che ci si accosti all’inanimato sovrimponendovi non solo fattezze, ma anche comportamenti che si snodano nel tempo tramite una consecutiva osservazione.

Il filmato qui allegato si presta a tal scopo.

Come potete vedere, vi è una barca assicurata ad un palo.

Nella prima sequenza del video lo sfondo rivela il passaggio di un battello.

Successivamente vengono evidenziati in primo piano movimenti della barca in varie sue parti.

Quale motivo unificante trarre da siffatta progressione?

Eccolo: la barca attraccata a riva è gelosa della libertà di navigazione concessa al battello, ergo vieppiù s’agita.

La barca è dunque antropomorfizzata nel proiettarvi un comportamento umano.

Ma estendendo lo sguardo, ogni cosa arde.

Anche senza la necessità di sviluppare un sovrapensiero su ciò che perdura e muta in un determinato lasso temporale, basterebbe una istantanea sul palo cui la gomena è vincolata.

Sì, la gomena.

Potremmo soffermarci anche sulla vita che essa stessa esprime, con un percorso parallelo ma autonomo rispetto alle nervose convulsioni – beccheggio e rollio – della barca.

No, meglio rimanere al palo.

E’ un nodoso palo, ogni suo disegno ci parla.

Ogni cosa parla, a partire da ciascun singolo elemento è possibile sviluppare una storia.

E la fotografia ogni volta è lì apposta per dare il la ad un racconto.

 

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Claudio Trezzani

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