Fotografia e pittura (terza parte)

In “Fotografia e pittura. Parte prima” prendevo in considerazione il caso in cui il fotografo si ispira al pittore per “ricreare ambientazioni che rimandino visivamente alla fonte. È quello che fa Ole Marius Jorgensen“.

In “Fotografia e pittura. Parte seconda” esaminavo la possibilità di
“dilatare il linguaggio attraverso la manipolazione e l’interazione dei singoli fattori” e tenendo conto che “ciascuno di noi vibra di una moltitudine di toni.

I quali si esplicano non solo in sè stessi, ma anche in rapporto alla fonte ispirativa. Rispetto ad essa ci si può porre in una molteplicità di approcci (omissis) per declinazione degli spunti che offre in diverso registro”.

A proposito di Hopper, trovavo il suo registro consistere in un “senso di quieta alienazione, di raggelante compostezza, di stuporosa fissità”.

Una questione di timbro emotivo, ed insomma.

Qualcosa di non distante da ciò che gli anglosassoni definiscono “mood”.

Il quale può essere espresso prescindendo da una citazione letterale di elementi.

Prima fotografia a corredo di questo brano.

Hopperiana.

C’è il mare, ma non ha né la tonalità né la luce di quello raffigurato dal Maestro americano, dal suo salmastro eremo.

Ci sono oggetti, nessuno dei quali attinente al repertorio dell’ex disegnatore pubblicitario.

C’è una figura umana, ma è di spalle e semicelata da una spalliera.

Perché hopperiana, allora?

Forse vi è un “senso di quieta alienazione, di raggelante compostezza, di stuporosa fissità”?

Non precisamente, ma il mood non ne è immemore.

La donna che legge è un quieto burattino, inconsapevole della funzione reificante che il contesto le attribuisce.

Seconda fotografia.

De Chirico.

Per le geometrie, per le ombre.

Ed è tutto.

Perché l’impianto generale risulta semplificato, rispetto alle elaborazioni del Maestro italiano.

Non vi è una vera articolazione dialogica, non tornita rotondità, pur nell’asprezza.

Vi è rigore che promana algore, una atmosfera di impersonale sospensione.

Ecco, sospensione.

Come nella prima immagine, il tempo si è fermato.

La signora non volterà pagina.

I puntuti angoli di lampione e cabine non subiranno variazioni, né verranno bagnati da diversa luce.

Ciò pone un problema, benché di natura eminentemente speculativa.

Quello  del rapporto tra …natura, naturalità (naturalezza) e naturalismo.

Le due fotografie non cambiano niente di quello che c’era, eppure risultano così maledettamente sospese.

Secondo la teoria estetica del naturalismo esse dovrebbero essere infuse di rigore realistico, che c’è.

Essere scevre da intromissione soggettiva, idealizzante o metafisica.

Qui, gradatamente meno.

Perché il timbro metafisico imperversa.

E quanto a soggettività, vi è una dicotomica battaglia interna.

Il ritrattore diviene soggettivo quasi suo malgrado, nell’atto stesso di oggettivare.

Nel porsi al di fuori, cristallizza.

Nel conferire crudezza con la distanza, connota un registro. “In fotografia tutto riguarda il tono”, scrivevo in “Fotografia e pittura. Parte seconda”.

S’odono suoni, poi il silenzio.

Da luci, ombre.

Ogni cosa s’agita, fluttua, s’acquieta.

 

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Claudio Trezzani

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