Fotografi in jeans alla Scala

Lo sapete che in talune occasioni i fotografi debbono necessariamente recarsi in jeans ad una Prima della meneghina Scala?

Ecco, i soliti paradossi a là Trezzanì, con l’accento sull’ultima ì.

Eppure, è così.

Dentro metafora, beninteso.

Alba sulla vetta del Monte Penice.

Siamo duecento metri più in alto di quanto cantava Renato Pozzetto.

A millecinque, addirittura.

L’impronta buffonesca termina qui.

Vento intenso.

Mi si sarebbe definito ben equipaggiato.

Robusto stativo Manfrotto.

Per sovramercato, anche lo zaino era Manfrotto.

Roba di marca, ed insomma.

L’equivalente di andare alla Scala in frac, una volta.

Oggi, in abito cosiddetto formale (d’altronde: Manfrotto, Marzotto).

Ma lassù il frac non funziona.

E dire che il robusto Manfrotto avrei pure potuto zavorrare con lo zaino istesso.

Per giunta, ricolmo di pesanti prelibatezze.

Un drone, suoi accessori, e più d’un obiettivo aggiuntivo per la reflex.

Cosa volete di più di un pesante treppiede pesantemente zavorrato, ad ergersi fiero baluardo contro il vento?

Lo so io, lo so.

Il tetto di una automobile.

Sì, in questa occasione qui meglio andare alla scala in jeans piuttosto che con il frac.

Ove se il frac è, oltretutto zavorrato, lo stativo di blasonato produttore, i jeans sono il rimedio di fortuna.

Ma di fortuna, proprio.

Torniamo alle condizioni ambientali.

Con tanto vento, dicevo, anche un pesante cavalletto pesantemente zavorrato può non bastare, a scongiurare

un mosso da oscillazione del supporto.

Dove esso termina, inizia l’ondulata lamiera.

Sì, ondulata lamiera.

Non vi sto a parlare di CX e sezione maestra.

Ma il fatto che il tetto delle automobili non sia piatto giova a nostro fotografico favore.

Essì: anche se sembra strano, nel descritto frangente è più efficace adagiare la fotocamera sul tetto della macchina piuttosto che ricorrere al treppiede.

Si contrasterà meglio la soffiante rabbia del Dio Eolo, così.

Badate però: se avete il collare ancora allacciato alla fotocamera, si sprigionerà il temibile effetto/bandiera.

Il risultato?

Il mosso probabilmente sarà domato, ma anche così il risultato non è garantito.

Certamente però le probabilità favorevoli sono maggiori rispetto all’impiego dello stativo.

Ora la reflex è sul tetto dell’automobile, e siamo in modalità Live View.

Abbiamo visualmente attivato la sì appellata “bolla virtuale”.

A che ci serve?

A fare – sul tetto della macchina – avanti e indietro, a destra e sinistra.

Quando la bolla ci dirà che siamo a posto, il merito è tutto della forma arcuata del tetto.

Possiamo così schivare le insidie della non ortogonalità, ed al tempo stesso evitare la jattura del micromosso.

Parametri di scatto?

Sorvoliamo, lì sapete già.

Ma in fotografia, non in videografia.

Ecco, condensiamo tutto lì.

Ciò mi conferisce l’occasione di spiegare alcune cose.

Nel contempo, rimediare a ricorrenti fraintendimenti.

Esposizione manuale e bilanciamento del bianco fissato in congruenti gradi Kelvin.

Visto che la fotocamera è saldamente adagiata, il tempo di otturazione non ci interesserebbe.

Qui invece sį, perché stiamo per realizzare un filmato.

No, non è ciò che sta pensando qualche cineasta.

Non siamo obbligati a rispettare la regola empirica del tempo d’otturazione doppio rispetto al frame/rate, intendo.

La regola nacque quando dentro le cineprese accadevano cose per cui non si poteva fare altrimenti.

Se si può, bene, altrimenti lasciate stare (in altri articoli mi diffondevo sulle controindicazioni di questa soluzione,

laddove impone squilibri di altri parametri/chiave).

Qui, si poteva.

Perché era l’alba, la luce non ancora intensa.

Anche se, badate, sovente le fotocamere in funzione video non consentono di scendere con gli ISO come nella funzione fotografica (tipicamente: abbiamo 100 ISO quale valore “nativo”, la sensibilità potrà essere decrementata solo con le immagini “fisse”).

Qui si poteva, dicevo.

Con la faccenda della rispettata convenzionale relazione intercorrente tra tempo d’otturazione e frame/rate, avremo una visione del flusso d’immagini compatibile con ciò che si considera di ordinaria fluidità nella percezione umana.

Ma c’è dell’altro.

Se nikonisti, sapete di FX e DX.

Qui siamo nikonisti, ma quella roba lì va declinata diversamente.

La differenza è netta.

Perché in ambito fotografico la sigla DX designa un ritaglio in camera – od un adeguamento a differente circolo di copertura – rispetto al cosiddetto formato FX, che descrive il canonico 24 X 36 centimetri di superficie sensibile.

In modalità video – mi sto riferendo alla Nikon D800 impiegata per l’occasione – la cosa funziona diversamente.

Funziona diversamente perché la parola/chiave è “ricampionamento”.

È “ricampionamento” perché mentre in modalità fotografica passando da FX a DX la disattivazione delle porzioni periferiche del sensore comporta una definitiva pesante decurtazione della risoluzione, in modalità video in entrambe i casi (FX o DX) la risoluzione viene in ultima battuta ricondotta al subvalore del così appellato “full HD”.

In sintesi: in funzione video conviene ingrandire al momento della cattura d’immagini, mentre in funzione fotografica non serve – tranne in situazioni che qui non ci interessano – “tagliare” prima.

Che altro?

Focheggiare manualmente e cercare verifica traverso forte ingrandimento del soggetto in live view.

In questo caso dovrete faticare un po’.

Perché dal Monte Penice stiamo fotografando il Monte Lesima, i due distano decine di chilometri.

Si frappongono il pulviscolo atmosferico, le nuvole, quelle robe lì.

Poi, anche se non dovrebbe sussistere necessità di rimarcarlo, scatto remoto od autoscatto, per scongiurare l’inconveniente che Voi ben conoscete.

Indi, il diaframma.

Quello di massima resa in rapporto ai valori espressi con misurazione MTF.
Io ho mandato a memoria il variare della resa al mutare dell’apertura, per tutti gli obiettivi – se del caso, focali – che ho.

Faticoso?

Quando c’è la passione non pesa, ed il premio è il risultato.

Infine, la differenza tra benzina e gasolio.

Sì, la differenza tra benzina e gasolio.

Quando fotografiamo, stiamo andando a benzina.

Nei timelapses, invece, a gasolio.

Che vuol dire?

Una cosa che serve a sfatare una moda.

Quella dei timelapses, per l’appunto.

Per farli ci vogliono un sacco di scatti, e per l’otturatore è come percorrere tanti chilometri.

Centocinquantamila, trecentomila, sì, è proprio come con le automobili.

Perciò, se il vento è così forte da spingere visivamente le nuvole, approntiamo un lungo filmato che poi velocizzeremo, invece di una sequenza di fotografie da assemblare.

Bene, abbiamo fatto tante cose.

E ne abbiamo capita una: certe volte è meglio andare alla Scala in jeans.

Perché le cose stanno così:
talvolta è meglio il rimedio di fortuna piuttosto che la gloriosa e costosa attrezzatura specialistica.

Se serve al risultato, scarpe da tennis ove usualmente si calzerebbero delle lucide Oxford.

 

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Claudio Trezzani

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