Forchetta?

Aula scolastica.

Il professore d’arte si aggira tra  banchi.

Si ferma al mio.

Prende il foglio, lo rigira.

Era un disegno astratto, lo fa per esplorare ogni angolazione.

Operazione lecita?

Accantoniamo per un attimo la domanda.

Esaminiamo ora la fotografia a corredo di questo brano.

È “Fork”, André Kertész la realizzò nel 1928.

È il momento di fare lo stesso esperimento del mio professore.

Novanta gradi a destra.

Contraddice la gravità, è il primo pensiero.

È un pensiero pericoloso, come vedremo.

La forchetta si arrampica, gronda una fatica che pare indebolirne snellezza e svettitudine.

Nello stesso tempo però – sembra contraddizione – la protusione acquisisce tensione.

La collega nell’ombra, intanto, addenta.

E lo fa con maggiore convinzione rispetto alle altre viste.

Altri novanta gradi.

La forchetta raccoglie, si fa servizievole.

L’ombra diviene panciuta – sì, proprio così – e mitemente accogliente.

Ancora una rotazione.

Vi è caduta, ma anche  blando spingimento.

Una minore partecipazione all’azione.

Non vi è resa, ma poco ci manca.

Il verso originale, ora.

Non mi occupo di regola dei terzi, sezione aurea, spirale di Fibonacci.

Troppe occasioni di fuorvianza, con queste cose qui.

Abbiamo equilibrio di forze, per quanto sia lecito spendere il sostantivo.

Un’ombra, e due replicazioni di denti.

Quella angolare alla forchetta originale non morde più.

Sì, perché invece lo faceva, con diverso orientamento.

La striscia nera in alto a destra, è un cruccio.

Lo è perché arreca nocumento a pulizia.

Ma apporta realtà, anche.

Dice: noi non siamo avulsi.

Giaciamo su di un tavolo, abbiamo una funzione.

Io forchetta originale, l’ho.

La luce, con la tridimensionale evocazione, getta carne su di me.

Ma non m’illudo.

Sono strumento in una lotta.

Debbo soggiacere ad un incastro.

Mio malgrado, dialogare.

Partecipo del peso come dello slancio.

Così parlò, e non come Zarathustra.

Ma vi sono anche silenzi qui.

Di variato spessore e mutata angoscia, al variare delle viste.

È operazione lecita variare le viste?

Ce lo chiedevamo nell’incipit.

Poi aggiungevamo: parlare di gravità è un pensiero pericoloso.

Perché svela a cosa siamo attaccati, fuor di fisica letteralità.

Siamo schiavi del plausibile, intendo.

Se giriamo la fotografia, la forchetta cade.

Perché quella è una forchetta, nevvero?

No, non è proprio così.

Sappiamo che – “prima” – è una forma.

Avete visto cosa si scatena, portando a spasso quella forma?

Forze mutano di segno, energie invigoriscono o s’acquietano.

La fotografia è dove la metafora s’incarna, rischio verbale replicazione ad nauseam.

E teatro di scontro.

Plausibilità versus oniricità.

La crudezza dell’univocità contro la libertà del volo.

Eccolo qui, il professore d’arte.

Sì, gli è stato lecito girare il foglio.

Perché lui conosceva la vetta, come l’abisso.

 

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Claudio Trezzani

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© André Kèrtesz (1894-1985). La Fourchette, 1928

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