Sono un esercito.

Come a Roma i tassinari, capitanati da Alberto Sordi.

Il loro nome è: telefoninari.

Che è una condizione dello spirito, prima che uno stato prassual/dotazionale.

In interni è cosa afferente ai piatti dei ristoranti.

Fuori, qualsiasi cosa attragga.

Reporter improvvisati, se al cospetto di un sì appellato evento.

Cacciatori di particolarità, se è quella la mira.

Tra le particolarità, epperò, registrasi poliformità d’approccio.

Se la situazione appare eterodossa rispetto a convenzione o convinzione.

Se stimola crasso riso, o per converso indignazione.

Se serve a fini personalistico/documentari.

Con minimo comune denominatori orizzonti storti, violenti controluce.

E se filmati, tremolii.

Io però conosco l’antidoto.

Che non è una sostanza, ma una persona.

Una persona che risponde al nome di Vania Buono.

Vania vede un maglione.

Un maglione appeso ad un cartello, se proprio vogliamo contestualizzare.

Vania si ferma, ma il braccio oso ipotizzare non si protenda immantinente.

Prima Vania ha da delibare, e cogitare.

Il summentovato reporter improvvisato avrebbe pigiato il tasto 2X sullo smartphone.

Primo piano di maglione e cartello, condito dalla rituale esclamazione “Governo ladro!”.

E subito una email all’Urp del Comune responsabile morale del degrado ambientale.

Oppure il gruppetto delle coriste in modalità selfie, sotto il cartello.

Vania non fa così.

La succitata delibazione di Vania reputo non sia stata estranea ad un stendhaliano rapimento al cospetto della scultura che quel maglione è divenuto.

Una canoviana levigazione, ove sussiste.

Una morbida plasticità, resa eterea dalla forza di gravità.

Un tesoro di grafie, oltre che di forme.

Il tratto del pertugio pel collo.

Il segno delle righe sulla manica.

Le trasversali incisioni dei raccordi.

Eppoi, le luci.

Come sapete, esse costituiscono il contraltare delle ombre.

Il che sta a dire dialoganti contrappunti, con allignanti misteri in sinuose oscurità.

Eccomunque a Vania interessa – oso ancora congetturare – il Generale Arazzo.

Non solo maglione, eccioè.

Come esso si rapporta al cartello.

Come il loro insieme insiste nella complessiva composizione.

Come la buia inferriata generi angoli a novanta gradi con i tagli delle luminate pietre.

Perché ha scelto ortogonalità, Vania, sennò ci sarebbe stata una cacofonica sinfonia/distonia di stortume.

Da qui la stura ad universo di percettive molteplicità.

Chi guarderà a pittorica distanza.

Chi indagherà le intime rugosità della pietra.

E ci ravviserà geroglifici, o fossili animali.

O sua mente tosto s’indirizzerà a ricordi, chissà da cosa innescati.

Questo ed altro, qui: Grazie Vania per aver consentito il volo.

 

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Claudio Trezzani

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