Evanescenze

L’eccellente Giordano Suaria.

Sì l’Illuminato Nume di questo sito.

Abita in un borgo, il signore del villaggio fece costruire una torre.

I locali lo chiamano Il Minareto per sua caratteristica foggia.

Ecco, caratteristica.

Svetta e si discosta, s’erge e si distacca.

Si distacca dall’ordinarietà.

Giorni fa transitavo in automobile avanti il sito.

Improvviso impreveduto stupore: non ricordavo quella brulla ordinarietà.

Brulla ordinarietà costituita da regolare teoria di finestre.

Tanto stupito che credevo – assonnato – d’essermela sognata.

Sono dovuto tornarci per sincerarmene, e sì, quella volgare ordinarietà sussiste.

Cos’era accaduto?

Che gli alberi avevano perduto le foglie.

Così quell’ombroso maniero, sovrastato dal similminareto e avvolto da celanti arboreità aveva disvelato come banalmente regolare un lato dell’edificio.

Dunque, meglio soffondere.

E come, soffondere?

Natura fa, obbiettivi anche.

Lo sappiamo: nuvole, nebbia, generose aperture di diaframma.

I primi due attori, primieramente.

Perché nuvole e nebbie gettano il senso di un prescutabile intervento divino, da catturare con subitanea foga (infatti: fog(a) è, mercé l’accezione inglese del termine) nella sua irripetibilità di tempo e spazio.

Evanescenze.

Non è la prima volta che questa parola figura nel titolo di uno dei miei brani.

Ma le sfumature sono sempiternamente cangianti quanto pregevolmente e profondamente variegate sono le immagini dei fotografi che recensisco.

Qui, Nathalie At, Stefano Tarlon, Artyom Zanko.

Nathalie rende castello incantato un annesso agricolo.

Certo, Adad può aver collaborato.

Sì, Adad – o Immer, o Ramman, o Iskur – può essersi scomodato dal Pantheon mesopotamico a muovere cose.

Ma la scintilla è di Nathalie.

Sua la prelibatezza di tono, fattura, emozione.

Anche Stefano ha percepito la presenza d’Adar.

Più perentoria che insinuante.

Ma è una vibrazione che nel separare intride.

Un colpo di scalpello che ad un tempo frastaglia e sintetizza.

Elevata prova nel cogliere sentendo.

Artyom offre nitore nell’evanescenza.

Sublime compresenza d’istanze, nella sua immagine.

Più piani, nessun piano.

Perché se le forme rivelano profondità, aereo e liquido elemento disegnano sospensione.

Rara composta eleganza.

In “Virtuosa evanescenza” menzionavo il sogno.

E dell’autore di là – Karim Bouchareb – dicevo: “rifulge la volgarità della nettezza”.

Ecco Nathalie Stefano Artyom sono compagni in spirito di Karim.
Poderosi baluardi, con loro le volgarità “ils ne passeront pa”, come direbbe il generale Robert Nivelle.

Il sogno, piuttosto, lirico s’effonderà.

 

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Claudio Trezzani

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