Estraneità e dialogo

Tutto è cominciato con una pista di atterraggio per zanzare: il mio drone aveva localizzato una distesa erbosa insolitamente regolare ed attraversata longitudinalmente da un segmento rettilineo, sul Lago Superiore a lato di Mantova.

La vedete in alto a destra nella fotografia a corredo di questo brano. I locali mi hanno spiegato che, nel tempo odierno caratterizzato da una spiccata sensibilità animalista, l’ente parco che sovrintende quel tratto del corso del Mincio, di concerto con la municipalità mantovana, ha deciso di avere un occhio di riguardo per le evoluzioni degli insetti volanti.

Ho sin qui scherzato, ma con finalità maieutiche. Perché quella insolita distesa erbosa è effettivamente lì, a stornare attenzione rispetto all’impianto generale dell’immagine. Dobbiamo così concludere che quella sorta di isolotto costituisce un elemento di disturbo, che “sporca” e contamina la lettura dell’inquadratura?

Ciò ci conduce al concetto di estraneità: la distesa erbosa è “cosa altra” rispetto al resto del contenuto del fotogramma: non condivide cromie con nient’altro, detiene forma peculiare, è elemento naturalistico che contrasta con la composizione architettonica. Purtuttavia, anche il cielo reca il suo tratto di estraneità: succoso nel suo sviluppo nuvolare com’era nel giorno della ritrazione, “ruba”, sottrae attenzione allo sviluppo edificatorio cittadino, che peraltro s’impone con la cupola che svetta al centro.

Avrei dovuto allora fotografare in un momento in cui il cielo avesse avuto un aspetto “impersonale”, in funzione di sfondo neutro? Un momento: vi può essere collaborazione all’interno di estraneità, ed il risultato può consistere in reciproco arricchimento. Ad esempio, il colore del rivestimento cupolare rimanda quello del cielo, instaurando un dialogo “energetico”: al motivo di interesse architettonico della cupola si associa il motivo di interesse di “dinamica formuale” dei nembi.

Di questo passo, si potrebbe ulteriormente avanzare. Altro esempio: da angolazioni differenti da queste sarebbe apparsa una gru da costruzioni, presente al momento non lontano dalla cupola.

Facile argomentare che essa deturpi il contesto, e infatti questa è anche la mia sensazione, più che aprioristico convincimento. Da cui la percepita necessità di adoperarsi, acconciamente orientando il drone, per escludere la gru dall’inquadratura. Ma detta gru è veramente “estranea” al contesto, incongruente, peregrina? Verrebbe da rispondere di si: ha i crismi della provvisorietà, è lì per riparare, il suo destino è di essere successivamente smantellata, non vive di volontà edificatoria propria, avulsa come è da un intento estetico legato a funzione.

E tuttavia, pensiamo alla Sagrada Familia a Barcellona: lì le gru persistono, perché rispetto a quello che si ha in mente di realizzare non si può operare altrimenti.

Dovremmo allora fare di necessità virtù, accogliendo il manufatto nel contesto, incoronandolo di legittimità inserzionale?

La risposta stimo risieda nella relatività: nello stesso assetto urbanistico che nella fotografia è dato osservare non ogni edificio è coevo, non vi è assoluta omogeneità storico/architettonica che ci parli con univoco linguaggio. Di questo passo dobbiamo concludere che l’assenza di estraneità è una chimera, che una simultanea molteplicità e stratificazione è ineludibile?

Si, a patto che si superi il concetto stesso di estraneità, e che, ad un tempo, si introduca quello di concorrenza: ogni elemento – nella sua valenza intrinseca, anche quando pare stridere con ciò che l’attornia – concorre alla composizione di una partitura “multiforze” che si nutre di dialogo e/o contrapposizione, all’interno della quale il fruitore potrà danzare attraverso il filtro della propria dotazione genetica (sensibilità) e biografia culturale, per sposare espressioni care al mondo della scienza.

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