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Elidendo od escludendo?

La foto a corredo di questo testo fornisce l’occasione per trattare di aspetti che in certa misura trovano intersezione. Essi possono essere raggruppati in due principali istanze: l’intento espressivo e le necessità tecniche.

Anche restringendo il campo alla sola esposizione, gli elementi sviscerabili sono proteiformi.
Nel caso di cui si fornisce illustrazione, la finalità è stata precipuamente grafica: ricondurre il visibile ad astrazione mediante evidenziazione del disegno luminoso presente sulla scena.
Il mezzo tecnico adatto allo scopo è ricorrere ad una moderata sottoesposizione.
A parità di situazione – sentiero di luce – l’entità di questo accorgimento è correlato all’altitudine da cui si effettua la ritrazione: ad altezze maggiori corrisponde una minor incidenza percentuale  ed intensità della porzione illuminata nell’inquadratura, e la scelta di sottoesporre può indicativamente variare tra 0 e – 0,7 EV. A questo proposito incontriamo l’intersezione – anche se non voluta a priori – cui accennavo tra istanza linguistica e tecnica: la sottoesposizione è stata applicata con finalità espressive, ma ad esecuzione effettuata ci si ritrova con un beneficio tecnico:  il minor tempo d’otturazione  (il diaframma per ovvie ragioni è mantenuto alla sua massima apertura) reca in dote il minor rumore da amplificazione del segnale conseguente alla possibilità di ricorrere ad un valore ISO inferiore. Quanto al rumore elettronico, inoltre, la sottoesposizione apporta una importante conseguenza: minimizza l’impatto visivo delle ombre, area tonale notoriamente foriera del maggior disturbo. Sempre a proposito della presente fotografia, la sua peculiarità dronuale comporta un aspetto di cui è essenziale tener conto, e provvedere di conseguenza: nella prospettiva notturna di moderata inclinazione rispetto alla visione frontale, tipicamente si registrerà un bagliore sopra la linea dell’orizzonte.
Ebbene, ai fini espositivi esso non è opportuno vada considerato nella regolazione di fino complessiva dell’immagine.
Operare in questo senso (per esempio, diminuire l’esposizione onde debellare il bagliore gravido di indesiderate conseguenze sotto il profilo d’artefatti) significherebbe squilibrare l’assetto tonale generale, vanificando i summentovati accorgimenti e rinnegando le finalità linguistiche. Assai più proficuo, invece, applicare settorialmente un livello mascherato e sfumato, e solo su di esso lavorare. Il risultato di queste prassi congiunte è una fotografia che – a dispetto dell’apparenza – non presenta clipping in nessuna delle due estremità dell’istogramma. Non che tale risultato debba assurgere valore paradigmatico, tutt’altro: a seconda delle occasioni e soprattutto delle finalità può risultare congruente abdicare al feticcio della preservazione del dato tonale in ogni parte dell’inquadratura, in favore di una consapevole scelta espressiva, purtuttavia in questo caso la prassi illustrata è funzionale a dimostrare il rapporto tra scelte, implicazioni, intercomunicazioni e risultati. In conclusione una nota sul taglio generale dell’immagine.
Considerata la tendenza all’astrazione che è stata perseguita, il ponte che interseca il nastro d’asfalto a medio campo può ben essere ritenuto un vulnus non indifferente alla pulizia formale che è figlia dell’intento astrattivo, un marcato nocumento alla ricercata essenzialità.
Certamente gioverebbe ripetere la ritrazione posizionandosi in un punto in cui non si risenta della soluzione di continuità al fiume di luce costituito dal ponte che lo taglia, ma anche così non si sarebbe servita Regina Purezza con totale devozione di suddito: sussisterebbe comunque l’onere del dialogo tra l’asse del nastro d’asfalto e i perpendicolari andamenti – stabili onde, se mi si consente l’ossimoro – delle luci periferiche presenti nell’inquadratura. Così, nell’ecomia generale della distribuzione di pesi, qualche elemento potrebbe essere valutato in musicale armonia, ed altri no.
Come reagire a ciò? Elidendo od escludendo?
Qui si dischiude un ulteriore mondo. Elidere può equivalere ad una bestemmia: togliere quello che c’è significa alterare il reale percepito, e non ottemperare all’esigenza documentaria odora di filosofica snaturazione del corrente concetto di fotografia. Escludere, allora? Si, questa è la strada maestra: pur lasciando costituzionalmente irrisolti i nodi interni (non esenta dal doversi misurare con elementi che potrebbero accusare frizione con lo spartito che si vuol cantare) escludere od includere è la Vera Religione. Fotografare è scegliere: un grado in più o in meno nell’angolo di campo ci mostra più o meno cose, ergo cose diverse. O la differenza tra un significato e la sua assenza.

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