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Droni. Qualità d’immagine

Carissimi, si sta gradatamente verificando ciò che da tempo auspicavo: l’applicazione dei rigorosi parametri della fotografia e videografia al mondo dei droni.

Dopo alcune timide avvisaglie, affermo ciò sulla base di un video apparso presso www.tomtechtime.com, più agevolmente attingibile presso YouTube.
Si tratta di questo: l’analisi della qualità d’immagine condotta strumentalmente.
Questo – come ben sapete –  avviene quotidianamente in ambito fotografico e videografico, ma non è ancora comune a proposito dei droni.
L’autore – un giovane tedesco di ottima pronuncia inglese – compara la resa del Dji Mavic 2 Pro e Phantom 4 Pro. Illuminata con sofbanks a prefissati gradi Kelvin una carta di colori con codici menzionati e linee, ne rileva scostamenti cromatici, nitidezza, rumore ed eventuale curvatura.
Sono lieto di aver appurato che i risultati dell’analisi collimano con l’esperienza visiva, ma giova approfondire le scelte metodologiche operate.
L’autore sceglie di effettuare i rilievi in modalità video, e ciò apre la strada ad una serie di considerazioni.
Non avendo optato per la modalità fotografica, oltre a precludersi la non compressione del formato raw ci si costringe a binari obbligati che generano indesiderate differenze, e di conseguenza parziali incomparabilità.
Eccellente la scelta del codec H265, caratterizzato da una più efficiente compressione rispetto all’H264, ma in tal modo si introducono collaterali limitazioni: nel caso del Phantom, l’H265 non è compatibile con un frame rate di 60 fps alla massima risoluzione (comunque non disponibile con il Mavic), e il trattamento postproduzionale genera alcuni inconvenienti con programmi pur validissimi (Da Vinci Resolve e Adobe Premiere, questioni riguardanti la scelta tra .MOV e .MP4 e la possibilità di esportazione).
Inoltre la necessità di individuare un picture profile il più neutro possibile si scontra con la circostanza, relativa al Phantom, che nella sua regolazione flat (dLOG) determina una sensibilità minima di 500 ISO anche in situazioni di luminosità abbondante (impostazione riconducibile alla necessità di elevare i valori di luminosità delle ombre mediante amplificazione selettiva del segnale, soluzione già vista con altri fabbricanti, e che non può non riflettersi sul livello del rumore).
Più evoluta invece la scelta flat del Mavic, che con il dedicato dLOG M, oltre a preservare la sensibilità nominale offre una profondità di colore a 10 bit per canale, in luogo degli 8 del Phantom.
Questo però conferisce l’opportunità di una ulteriore osservazione: il maggior margine certamente propizia il minor scostamento totale di colore che è stato rilevato con il Mavic rispetto al Phantom, ma non rivela la dominante calda che è presente nel primo. Inoltre, la scelta di comparare i due modelli in modalità esclusivamente video evidenzia una ulteriore problematica: il Mavic offre due possibilità di inquadratura, rispettivamente denominate Full FOV e HQ Mode.
La prima prende in considerazione la massima superficie utile del sensore in modalità video, la seconda la porzione centrale. Tra le due scelte intercorre una differenza non trascurabile nell’angolo di campo, che non si traduce unicamente nella diversa ampiezza dell’inquadratura, ma anche nella maggiore nitidezza media (poiché sono escluse le aree periferiche, critiche sotto questo profilo) e nella maggiore correttezza ottica apparente (idem).
Ciò fornisce l’occasione per una specificazione non secondaria, che si accorda con la mia precedente definizione di “massima superficie utile del sensore”: se odiernamente è prassi comune correggere digitalmente in camera le distorsioni ottiche, nel caso sia del Mavic che del Phantom questa correzione esorbita per quantità ciò che è usuale: nel loro caso la trasformazione rende apparentemente rettilineari due grandangolari che in origine tendono al fish eye.
Tale divario, riscontrabile con programmi che permettono di confrontare il “prima e dopo” è sensibile, e stranamente maggiore con il Mavic, che pur dovrebbe essere avvantaggiato dal minor angolo di campo “nativo” rispetto al Phantom. Tale incongruenza è forse imputabile a esigenze di miniaturizzazione dei componenti, più pressanti rispetto al Phantom. É altresì da rilevare un maggior microcontrasto in quest’ultimo modello. Relativamente a questo aspetto, il diaframma di maggior nitidezza è risultato situarsi per entrambe attorno a f 5,6.
Ecco quindi che assistiamo ad una maggiore attenzione ai particolari rispetto a quanto sin qui avvenuto nel mondo dei droni, sino ad oggi parzialmente caratterizzato da un approccio proprio delle actions camera.
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