Droni: lo stato (dell’arte)

Quando gli anglosassoni dicono state of the art non intendono precisamente ciò che la corrispondente locuzione italiana suggerisce.

Piuttosto, si rifanno alla primigenia etimologia del sostantivo:
αρετη, che in greco più che arte esprime la capacità di svolgere al meglio il lavoro assegnato.

Svolgono al meglio il compito loro assegnato, i droni?

Dipende da quale lavoro si prende in considerazione.

In teoria è semplice individuarlo:

i droni fanno foto e film, così parrebbe conveniente orientare progettazione e costruzione a questo obiettivo.

E’ così solo in parte, purtroppo.

D’accordo, concedo: nei segmenti di mercato inferiori la componente ludica reca un importante peso.

Così, il gesto del volo assume un rilievo non indifferente, senza troppo badare alla qualità delle immagini.

Ma l’impianto generale, l’ispirazione concettuale rimane ancora ancorata ad un approccio di stampo aeromodellistico.

Dove conta volare, non effettuare ritrazioni.

Pesante pedaggio a ciò lo si nota anche nel vertice della fascia prosumer.

Più d’un recensore afferma che Dji Mavic 3 tende più al mercato professionale che non a quello amatoriale.

Siamo distanti dal vero, purtroppo.

Certo, nel mondo del cinema accoglieranno con favore la versione Cine del modello – per motivi che qui sarebbe dispersivo analizzare – ma si guarderanno bene dal farne un uso estensivo: la impiegheranno soltanto in quelle non frequenti occasioni in cui è strettamente necessario disporre di un mezzo compatto.

Ma per chi vuole ottenere buone foto anche in aria, oltre che in terra, non ci siamo proprio, ancora.

Conoscete fotografi che usino solo un 24 mm nel formato Leica, con le dita attaccate alla macchina?

Ovviamente, no.

Eppure, l’angolo di campo di ottantaquattro gradi è quello che la camera principale del Mavic 3 condivide con la maggior parte dei droni per dilettanti attualmente disponibili.

Tuttavia, il Mavic 3 ora ha anche un teleobiettivo, direte.

Con un sensore da mezzo pollice, un poco più grande di quelli entry level, aggiungerete.

E le immagini che sforna le salva in jpg.

Cosa, niente raw?!

Proprio così, con proporzionale scelleratezza: poter scattare anche in formato grezzo è cosa che – diversamente – non si nega neppure ad un Dji Mini 2.

Ergo, fortemente soffro la circostanza che il Dji Inspire è fermo nello sviluppo al 2016.

Cionondimeno, confido: non ho udito alcuno oltre me sottolinearlo, ma il modulo X9 della camera stabilizzata e brandeggiabile Dji Ronin 4 D sembra fatto apposta per trovare degno alloggio in un ipotetico futuro Dji Inspire 3.

Ma non esiste solo Dji, per fortuna.

E non è lecito aspirare a rimarchevoli cose solo nell’empireo dei droni.

Talvolta, anche guardare in basso, giova.

Così, in Autel, con le varie declinazioni dell’Evo Nano.

Risolti gli attuali problemi di approvigionamento, avremo un drone entro i 249 grammi con un sensore da 1/1,28 pollici.

Certo, costicchierà, ma anche la più economica versione d’ingresso si gioverà di una superficie sensibile di maggiore estensione rispetto a quella del diretto concorrente in Casa Dji.

Per cui, ad maiora.

Lo esclamavano i latini, e intendevano che è cosa buona e giusta aspirare sempre a cose più grandi.

Ecco, letteralmente…

 

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Claudio Trezzani

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