Destini

Gli albori del 1985.

Rileggo in microfilm.

Recensito presso “Il Cittadino” il praeclaro fotografo Larry Siegel, a firma Arrigo Boccalari.

L’eccellente Arrigo riporta una affermazione dello studioso Gianfranco Bettetini: “Fare una fotografia significa impadronirsi di una parte della realtà; guardare una fotografia significa conoscere con facilità il mondo, che vi appare privato della sua dimensione più problematica e meno controllabile, quella del movimento e della trasformazione”.

Già, la trasformazione.

Riavvolgo il nastro.

Non del microfilm, quello è fermo sul visore.

Il nastro del cronologico incedere, riavvolgo invece.

Nel summentovato Annus Domini, sotto l’articolo  – nella stessa pagina – ve ne era un altro che riferiva di un mio concerto.

Ed io conosco il fotografo – Pasquale Borella – che – sapientemente – realizzò la fotografia a corredo del resoconto di quella mia remota prestazione musicale.

Progressioni, convergenze, destini.

E trasformazioni.

Involontario presagio: mi si accosta a fotografo, nessuno ancor sapendo che svariati lustri più tardi sarei passato dal titillar corde a pigiar pulsanti.

Ma torniamo a Larry, se V’aggrada.

In quel momento – lui del New Jersey, epperciò gravitante attorno La Grande Mela – abitava a Lodi, Larry.

Vicino me, prossimo a ciò che visualmente s’agita nel luogo.

E cosa vede uno statunitense nell’antonomastica Bassa?

Tre le fotografie a corredo di questo brano, tutte siegeliane.

Porta in procinto di schiudersi e schiudere.

Ragazza anela andare oltre.

Uomo ristà in newyorchese paesaggio urbano.

Ristà, ed osserva.

Sapete, Tolstoj diceva che se si vuole essere universali occorre parlare del proprio villaggio.

Certo Larry – della metropoli che Ruggero Orlando chiamava “Nuova” York – conosceva “Il” Village” (il Greenwich), che non è un villaggio in senso pastorale.

Luogo di fermento, ed invece, fu ed è.

Fermento, trasformazione.

Progressioni, convergenze destini, sto – ancora – riavvolgendo, questa volta il testo stesso del presente articolo.

E non mi fermo, nell’operazione: porta in procinto di schiudersi e schiudere.

Ragazza anela andare oltre.

Uomo ristà in newyorchese paesaggio urbano.

Arrigo – nel suo articolo del 1985 – chiosa”: “Larry Siegel sa creare foto che non hanno bisogno di didascalie”.

Ecco, è così.

Per tutti, è così.

L’uomo con la pettinatura a la Presley ha dietro di sé una cisterna dell’acqua.

Non se ne vedono così, da noi.

Ma tutti siamo noi.

Si può – tolstojanamente – essere universali pur parlando del proprio villaggio perché i moti interiori attengono alla biologia, non alla geografia.

E quanto a questa, non si sa dove si andrà.

E cosa accadrà, dove si andrà.

Fermento, trasformazione.

Progressioni, convergenze, destini.

Porta in procinto di schiudersi, e schiudere.

 

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Claudio Trezzani

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