Dematerializzare e non

Lo sappiamo, la fotografia digitale è immateriale sino a che non viene stampata; quella analogica si giova di concretezza sin dal negativo.

Tuttavia, l’operazione è sempre concettualmente astratta: si trae da un esistente “originale” per convertire in un sembiante personale.

Ma se l’abdicazione ad una materia univocamente – perché immodificata – palpabile è inevitabile, i modi espressivi e semiotici della resa mediata possono essere compositi.

Nella ammirevole fotografia di Michael Schlegel allegata a questo brano vi sono due moduli di raffigurazione che ci si può spingere a definire antitetici, ed è cosa che dal pensiero approda all’azione.

Michael ci mostra un cielo granuloso: voglia il…cielo che sia grana analogica e non applicazione digitale, ma in ogni caso la scelta restituisce una evocazione di materialità.

L’affogata nerirudine della porzione inferiore del fotogramma, invece, con contrappunto nel cremoso liquido biancore, ci consegna un gioso rinnegamento della suggestione tridimensionale, e con ciò indirettamente materica: cogliamo ancora la prospettiva, tra morbida ansa e puntuto scoglio, ma non ce ne curiamo.

Non ce ne curiamo perché abbiamo ricevuto un fine cesello a china che appaga non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è divenuto.

Così, in una stessa fotografia Schlegel ci ha prima fornito un accenno di riappropriazione di concretezza che poi ha armonicamente smentito nella sottostante parte, ove il prosciugamento conduce verso una percezione onirica.

Armonicamente, perché MS non fa che palesare le proteiformi facoltà della Fotografia: essere dentro e fuori dal reale, con entusiasmante alternanza tra corsa e stasi.

 

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Claudio Trezzani

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