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De opinata vulgaritate

Non è neanche una fotografia.

O meglio, lo è diventata.

Perché è un fermo/immagine estrapolato da un filmato e postproduzionalmente ottimizzato.

Con queste premesse, direte: non rappresenta proprio niente, meno di zero.

Allora perché ho scelto per il titolo la solennità del latino?

Sì, “De opinata vulgaritate”, che significa “L’apparente banalità”.

Poiché questa immagine sia illustra che esprime.

E non poco di entrambe le cose.

C’entra poco il primigenio autore (l’artefice del video), od il suo sovrappositore (io che ho trattato il fotogramma).

No, ancora una volta aleggia il tasso di alea.

Il caso che ha incontrato una semantica intrinsecità che ha incontrato una intenzione.

Illustra ed esprime, dicevo.

Illustra l’interno di un ascensore domestico, ma questo è solo l’inizio.

Avete letto le scritte, nevvero?

Una recita “car here”.

Si apre un mondo qui.

Subito liquidata l’istanza documentaria, uno spaccato sociostorico emerge prepotente.

Sapete, negli anni sessanta il mensile Quattroruote realizzò una inchiesta sulla segnaletica stradale statunitense.

Risultò che nella Vecchia Europa eravamo più avanti.

Ciò in quanto – oltre ad altre caratteristiche che qui non cito perché impertinenti ai nostri fini –  le scritte a corredo dei cartelli e dei pittogrammi oltreoceano erano ancora prolisse.

Ridondanti, e soprattutto pleonastiche.

Il che in un cartello destinato a chi sfreccia davanti non va bene.

Perché chi passa non deve né indugiare né distrarsi.

L’ascensore ritratto è recente, saldamente situato nel ventunesimo secolo.

Eppure risente ancora di quell’approccio.

Ma anche di un’altra cosa.

Se la ridondanza a quei tempi rispondeva anche all’esigenza di rimarcare cogenza (ad esempio: “ten dollars fine ti offenders”) al servizio di una più efficace prevenzione, nel presente caso riflette un’altra caratteristica tipica della psicologia collettiva americana: essere guidati.

“Car here”, è quell’ “here” il perno.

L’americano vuole essere rassicurato e rimuovere il dubbio.

Una volta  – se non è leggenda – un giudice di colà condannò una azienda produttrice di forni a microonde perché nel libretto di istruzioni non era specificato che non vi si potevano introdurre animali, a beneficio di una signora che ci aveva messo dentro il gatto.

Di sicuro, è in USA che proliferano sugli specchietti retrovisori delle automobili – ma l’ho visto anche su di una Harley Davidson – avvertenze che informano i utilizzatori che l’immagine riflessa non ha lo stesso fattore d’ingrandimento di quella umana.

Ecco, gli americani.

Forti in logistica – sono gli antichi legionari di adesso – ma individualmente perduti senza di essa.

Vogliono essere guidati, e tutelati.

“Car here”, non solo “car”, giusto per non sbagliare.

I colori, ora.

Una dominante in tinta crema.

Richiama il gusto non impeccabile di taluni loro alberghi.

Virando verso il verde, si va verso quello che loro chiamano “green vomit”, quasi un topos letterario a designare sconsolato disgusto.

A questo punto si pensa anche al rosa, giusto prima di chiamarlo magenta.

Viene in mente perché appare reminiscenza di troppi loro edifici pubblici in stile colonial/neoclassico.

Il che ci ricorda che non tutti i capomastri che sfidarono veleggiando l’oceano per approdare nel Nuovo Mondo erano i migliori.

E comunque, un ascensore domestico conduce alle automobili.

Difficile che da loro il box ne contenga una sola.

Certe facciate di ville sono più imponenti nell’entrata per veicoli motorizzati che in quella pedonale.

Gente ricca ed impigrita, già prima di porsi davanti al volante.

Visto quante cose si possono ricavare da due semplici vocaboli?

Fin qui ci siamo occupati dell’illustrare.

Ora veniamo all’esprimere.

Ricordate? Contano poco qui i coautori.

L’ultimo è in subordine, ha vissuto di fioca luce riflessa.

Però ha fatto una cosa.

Ha lavorato sull’espressione.

Già, l’espressione.

Sì è ricordato che il fotogramma è divenuto una fotografia.

Come tale, l’inquadratura è tutto.

Ed allora, pur senza modificare l’originale ratio di 16:9, si è dato da fare con i lati.

Guarda di qui, guarda di là, adesso la scansione trasversale è cadenzata da riquadri a colori alternati l’ultimo dei quali a destra ha uno sviluppo dimezzato. Con questi pesi, i due circoli che sono i pulsanti mutano presenza nell’economia generale.

Cose così, insomma.

Nella notte dei tempi c’era un filmato commissionato da un agente immobiliare.

Veloci inquadrature, come si usa oggidì.

L’obiettivo indugia solo due secondi sull’ascensore, poi se ne va.

Ma noi – si, noi tutti – abbiamo preso al volo quel passeggero flash e lo abbiamo steso.

A bocce ferme, è apparso un micro/macrocosmo.

Anche questo è Fotografia.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/account/artworks/874534

 

 

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