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Da uno scarabocchio di Leonardo

In “La dichiarata illusione” passavo in rassegna il consueto armamentario del pensato che si cita a proposito di fenomeni e nuomeni: Platone, Kant, Schopenhauer, sinanco i Veda. Poi mi spingevo a nominare le tavole di
Hermann Rorschach.

Perché?

Ciò in quanto nell’osservare una fotografia ci può essere fraintendimento del significato letterale anche quando la traslazione percettiva non era nell’intenzione dell’autore. Una immagine spiega solo in quanto si mostra, potendo contare sulla convenzione del segno solo laddove esso è presente e correlato (illustrativo del) al contesto.

Avete presente i disegnini di alimenti fatti da Leonardo a lato dei relativi termini?

Battuta all’asta, sarebbe probabilmente la più costosa lista della spesa (in sè stessa, non in relazione al proposito dell’azione) che mai l’umanità ha conosciuto…

Ecco, qui il procedimento è inverso:

il lemma già designa inequivocabilmente il cibo, chi conosce la lingua non ha bisogno della raffigurazione, cionondimeno il genio di Anchiano ha sentito il bisogno di binare la veicolazione del segno.

Ma a corredo di questo brano allego una fotografia che abbisognerebbe del procedimento contrario: parole a spiegare immagini.

Non nell’impianto generale, beninteso:
nessun umano non vissuto in una impenetrabile giungla stenterebbe a riconoscere un edificio, e che sia di culto.

Ma osservate ora il crinale sullo sfondo.

Ebbene, scrutandone l’orlo non riesco a togliermi dalla testa che si tratti di una sbavatura di neve.

Del resto, l’architettura severa e d’impronta nordica suggerirebbe una ambientazione climaticamente avversa.

Invece, non è così.

Lo posso affermare sulla scorta del combinato effetto di una informazione che mi perviene dal testo a lato (che individua la costruzione come posta appena sopra La Spezia, a moderata altitudine) e da una contenuta nella fotografia stessa: i turisti in basso a destra indossano abbigliamento estivo.

Cosa c’è allora lassù, al confine tra terra e cielo? Ciò che poteva sembrare un pieno (neve) è in realtà un vuoto: è il cielo che attornia alberi e vegetazione in silhouette.

Ecco allora ritornare il concetto che già mi capitò esprimere: la Fotografia è il luogo della Metafora Incarnata.

Con il subdolo fascino di non potere essere noi a decidere quando il fenomeno ha luogo.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/account/artworks/874534

 

 

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