Corollario alla “Evoluzione dei droni e loro sviluppo”.

Questo brano costituisce corollario dell’articolo titolato “Evoluzione dei droni e loro sviluppi” al quale è possibile fare riferimento per una trattazione meno stringata. Ho tuttavia ritenuto redigere questa postilla per considerare un’ulteriore aspetto.

Viviamo in un’epoca che registra un curioso paradosso: all’affinarsi della tecnica antiteticamente corrisponde una deleteria (pseudo)esigenza di allargamento della fruizione. Un chiaro esempio ne è stato – in ambito musicale – l’avvento dell’iPod: sull’altare del così appellato “uso in mobilità” si è sacrificata parte della qualità. Non mi riferisco solo alla limitazione fisicamente intrinseca all’uso dell’auricolare quale supporto finale della filiera riproduttiva: intendo piuttosto soffermarmi sulla compressione a cui è sottoposto il materiale da riprodurre.

Si è così parzialmente siglato il passaggio da un’era in cui non pochi utenti coltivavano l’ambizione di ascoltare musica con apparecchiature definite “esoteriche” per eccellenza prestazionale, ad una semimassiva e semiforzata conversione di queste stesse persone al devastante compromesso di sottoporre il materiale ad una elevata compressione. In ambito foto/videografico – avevo spiegato nel succitato articolo – la madre di tutti i mali è anche lì imputabile alla (pseudo)esigenza della compressione, e il rimedio consiste nella possibilità, ove consentita, di attingere ad un formato non compromesso da un limitante trattamento in camera o postproduzionale.

 

Riferivo altresì che la possibilità di ottenere un formato raw non solo nel flusso fotografico ma anche in quello video tra i droni è relegato al costoso modello Inspire di Dji, specificando che il bit/rate che può superare il GB/s parallelamente richiede hardware e software di alta gamma per la sua gestione. È però bene sottolineare che il leit motiv della compressione assurto a negativo feticcio non deve essere scevro dalla consapevolezza che il formato raw non può essere ipso facto contrapposto in senso assoluto e manicheo alla compressione stessa: non dissimilente dalle fotografie singole, anche nel comparto video vi sono gradi, livelli, possibilità.

Se nell’ambito dei formati fotografici abbiamo in certa misura familiarizzato con concetti quali compressione senza e con perdita (addentrarci in questo ginepraio esulta dalla finalità della presente trattazione), in ambito videografico la situazione in alcuni casi è più sfaccettata.

 

A corredo di questo articolo riporto una tabella che si riferisce alle scelte possibili all’interno del formato raw in modalità video relative ad una macchina specificatamente vocata ai videografi raw low (non del tutto, considerando irrinunciabili accessori a corredo) budget: la Blackmagic Pocket Cinema Camera 4K. Come si evince dalla tabella, vasta è la disponibilità di formati alternativi “minori” (si badi: disponibili non solo all’interno del codec di sottocrominanza 4:2:2, ma anche con riferimento al raw istesso): il prospetto ben illustra come a seconda dell’optazione il bit rate varia considerevolmente. Nell’ambito di ciò non è irrilevante specificare due aspetti: alla definizione complessiva del bit / rate concorrono anche altri “fattori di peso” come la risoluzione ed il frame rate; la possibilità di optare per un bit rate a peso o qualità costante è offerta in sede esportativa anche dai migliori software, ma è inscindibilmente legata e limitata dalla qualità alla sorgente.

Abbiamo così visto che se da un lato la minor compressione possibile è cosa da perseguire prioritariamente se si ha a cuore la buona qualità dei propri filmati, occorre prestare non minore cura e consapevolezza alle variegate possibilità di scelta che alcuni dispositivi offrono all’interno della generica definizione di “raw”, che pertanto non va considerato un monolite indistinto nonché panacea di ogni male.
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Claudio Trezzani
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