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Contrasto e non

Prendiamo una giacca classica. Abbiniamola a pantaloni diversi. Abbiamo ottenuto uno “spezzato”. Perché l’accostamento risulti riuscito, si raccomanda vi sia contrasto fra i due capi d’abbigliamento. Cosa vuol dire?

Significa che non solo si debbano osservare determinati canoni quanto a rispettiva consistenza e cromia, ma anche che sia mantenuto un marcato tasso di reciproca differenza.

Consideriamo ora la stessa giacca, ma abbinata a pantaloni dello stesso colore, consistenza, foggia. Abbiamo ottenuto un “abito”. Abbiamo così ottenuto una deroga alla regola del contrasto?

No, perché l’individuazione del contrasto – del marcato tasso di differenza – si pone ora tra l’insieme giacca/pantaloni e altri componenti del vestire (cravatta, scarpe, cintura, etc.). Insomma, parrebbe che la rispondenza ai canoni dell’eleganza – cioè dell’armonia – si realizzi tramite l’esclusione di differenze moderate, se accostate. E in fotografia?

Occorre anche qui rifuggire differenze moderate, onde preservare un marcato tasso di differenza tra le parti? Osserviamo i due sovrapposti istogrammi a corredo visivo di questo brano. La distribuzione dei valori di luminosità – dunque, del contrasto tonale – nel grafico fa presagire in un caso un contrasto pronunciato, nell’altro una maggiore “morbidezza”. Dunque, la fotografia graficamente espressa dal secondo istogramma è “sbagliata”?

Tutt’altro. Sarebbe facile affermare che l’attribuzione del contrasto tonale di una fotografia dipenda dalla tipologia della scena ritratta, ma ciò certamente non esaurirebbe la disamina. Partiamo dal concetto di gamma dinamica (latitudine di posa in argentica guisa). Sappiamo che i dispositivi fotografici non hanno (ancora) raggiunto la capacità di compensazione dell’occhio umano. Se si pone tale facoltà come obiettivo da raggiungere, si concluderebbe che tanto più una foto è tonalmente contrastata tanto più si allontana dalla configurazione ideale. Non è così. Semplicemente, perché non esiste una situazione ideale.

Esiste una cosiddetta “ricchezza di dettaglio”, numericamente esprimibile con la la quantità di sfumature presenti nell’inquadratura che la fotocamera è stata in grado di catturare. Seguendo questa strada “matematica” potremmo arguire che certi istogrammi caratterizzati da alte e poco frastagliate catene montuose che si sviluppano estesamente ma senza coinvolgere le estremità rappresentano la quintessenza della sontuosità espressiva. Andiamo allora a vedere qualcuna di queste fotografie la cui distribuzione dei valori totali appare in istogramma così rigoglioso.

Ebbene, in più di un caso ci troveremo al cospetto di immagini che la mente umana tende a definire “piatte”. Saremmo dunque approdati ad un paradosso, che giova descrivere con cruda rozzezza: più roba c’è, meno la fotografia è interessante.

Sembrerebbe così che si debba perseguire una voluta distanza  dall’ampiezza percettiva dell’occhio umano rispetto ad uno scenario, in favore di una diminuzione del contenuto totale acciocché la fotografia possa essere definita “di carattere”. Ovvero: l’istogramma ad andamento “ripido” come valore, e pazienza se si perde qualcosa di quello che c’era. È giusto impostare così la questione?

Abbiamo sino ad ora accennato a concetti come “eleganza” ed “armonia”. Introduciamo ora quello di “equilibrio”. Il raggiungimento di questo stato prevede soluzioni univoche? La risposta è no.

Qui stiamo parlando di un approccio professionale al trattamento d’immagine, ove si guardi come ad un pericolo il realizzarsi di un “clipping” (l’esaurimento di dettaglio ad un estremo di banda) e parimenti da evitarsi – a meno che la sua adozione non sia finalizzata a ben determinati e ristretti ambiti linguistici – l’insorgenza di fenomeni quali la solarizzazione o la posterizzazione. All’interno di queste coordinate, purtuttavia, il margine d’azione esiste e non è esiguo. Con ciò intendendo: ogni oggetto di rappresentazione si presta ad una molteplicità di esiti. Si, intendo qui rimarcare il concetto di “coesistenza” di diverse letture – più o meno contrastate – della stessa scena, ed a opera del medesimo fotografo.

Ciascun individuo è agitato da un ampio spettro di sensazioni, e sarebbe riduttivo delegare ad un’unica soluzione il compito di rappresentarle.

La vita ci offre un entusiasmante stratificato flusso di percezioni ove operare cesure interpretative (in una fotografia, optare per  determinate soluzioni a discapito di altre) non costituisce un limite, bensì fare di necessità virtù: esaltare di volta in volta i più saporosi ingredienti.

 

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