Congettura, verifica, accesso

Sono il protagonista di un cartone animato,  un Fantozzi su carta acetata che guarda alla Linea di Osvaldo Cavandoli.

Come mai?

Be’, si da il caso che abiti solo al primo piano di un condominio. Troppi impedimenti intorno, a discapito della vista lontana.

Così, in una giornata atmosfericamente tersa, per sapere se si vedono le montagne (abito a Lodi) ho escogitato un sistema.

Mi reco presso la sommità della tromba delle scale portando con me uno sgabello. Lì c’è una finestra al di sopra dell’altezza umana, e salendo sul supporto risolvo il problema ricognitivo.

E se usassi un drone?

Per le montagne, meglio di no.

Certo, in un attimo si ottiene la verifica della loro visibilità, ma l’angolo di campo corrisponde a quello di una focale 24 mm su formato Leica, e a svariate decine di chilometri dai picchi nevosi il fattore di ingrandimento non è certo quello desiderato.

Per la nebbia, altra storia.

Scendo al ponte sull’Adda che bagna Lodi. L’acqua è sormontata da vaporosa ovatta. Il drone si eleva, ed ecco la visione  d’insieme: il fiume si rivela quale grigio sinuoso serpente. La nebbia è concentrata su di esso, dolcemente ne accompagna l’ancheggiante andamento.

Ma non è finita qui.

Il drone placidamente naviga sulla soffice distesa, sino a che individua un isolotto. Esso – siamo alla seconda tra le due fotografie a corredo di questo brano – offre alla vista una seducente vividezza di forme e colori.

Ecco, il drone.

Anche la fotocamera è appendice del nostro occhio, ma la sua mobilità è vincolata alla nostra.

Il drone, invece, ci consente di spaziare, letteralmente. Di trovare cose imprevedute all’interno di situazioni non diversamente attingibili. Più in alto di un cinematografico dolly, più in basso di un impegnativo elicottero.

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Claudio Trezzani

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