(come) trattare la nebbia

Come trattare la nebbia.

Meglio: se trattare, la nebbia.

Sapete, non senza un certo tasso di retorica sovente si parla di “creare atmosfere”.

Creare, ricreare, restituire.

E’ sempre un “ri”creare, in fotografia.

Perché chi guarda non era lì.

Il problema conseguentemente è: “ri”creare nel senso di approssimare una restituzione, o farlo nel senso di una novella variata generazione?

Intendendo: inseguire la primigenia sensazione oppure seguire propria concezione discostabile dal riscontrato de visu?

Ulteriore complicazione: non a tutti la stessa cosa suscita la medesima specie d’emozione.

Sia prima (in presenza del scenario) che dopo (nel guardare lo schermo o la stampa).

Dunque, la relatività impera.

Impera in un circoscrivibile impero, e tuttavia.

Perché la fotografia parte dall’esistente, da un esistente che esiste indipendentemente dalla nostra volontà (l’istanza non è aggirabile, come invece accade in pittura).

Come comportarsi, allora?

Facessimo mostra d’ancorarci alla letteralità, sarebbe una chimera.

Perché – vengo alle fotografie a corredo di questo brano – io ero lì, e ricordo anche il freddo, l’umidità, la dimensione olfattiva, gli ovattati suoni.

Voi, no, benché le summentovate immagini possano costituire catalizzante veicolo verso Vostre analoghe esperienze.

La nebbia, eddunque?

Del tutto eliderla sì, sarebbe un tradimento.

Modularla, forse ciò ci è consentito.

Al servizio di una maggiore intelleggibilità del disegno, o per converso di una sua rarefazione.

I modi, poi.

Giusto un avvertimento, questo: esistono – prima ancora dell’orrore di un filtro indiscriminatamente impiegato – comandi, cursori ad hoc dedicati.

Diffidatene, od almeno usateli con parcità et cum grano salis.

Perché recano effetti collaterali, e comunque forzano il procedimento verso univoca predeterminata visione.

Ecco, visione.

Non esiste esatta coincidenza tra la scena originariamente assaporata e quella trasportata.

Ecco, trasportata.

E’ un traghettatore, il fotografo.

Ed un burattinaio, ma un burattinaio che rispetta il libero arbitrio e soprattutto la gioiosa pienezza e verità dell’altrui coglizione.

Burattinaio sol perché collega fili.

I fili tra ciò che avvenuto e ciò che è percepito.

Ogni volta con peculiari accenti, è così che la fotografia si fa, d’espansione, motore.

 

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Claudio Trezzani

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2 Comments

  1. Roberto Besana Reply

    cit.: è un traghettatore il fotografo
    molto pregnante questa affermazione, e considerando che non potrà mai presentare la realtà, mancando la fotografia di suoni, rumori, odori, aria …accontentiamoci di rappresentarla al meglio cercando di liberare e successivamente condensare le nostre sensazioni

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